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Commissar

Il dirigente del Commissariato di Polizia di Legnano, vice questore aggiunto Francesco Anelli, in un atto d’ufficio diretto ad altri organismi dello Stato ha sostenuto che ventimila euro destinati ad indagini per scoprire gli assassini di Yara Gambirasio, quando ancora non era stato arrestato il muratore Massimo Bossetti (poi condannato all’ergastolo), erano stati utilizzati da me per scrivere il libro “Yara, orrori e depistaggi”.

Francesco AnelliEccomi d’improvviso, giornalista ultradecano della professione, ormai con la barba bianca, immorale e biasimevole, per avere tratto addirittura profitto, senza pietà, dalla morte orrenda di una limpida ragazza. Fosse stato così, non sarei qui ancora a scrivere esercitando la professione di giornalista.

Gioco delle tre carte al Commissariato di Legnano

I ventimila euro pappati da me cronista biasimevole erano solo un’atroce invenzione del dott. Francesco Anelli, per motivi rimasti fino ad ora oscuri. Lo faceva con sicumera, con l’autorevolezza che chiunque giustamente riconoscerebbe in un alto funzionario, immaginandolo veritiero, attento, non confusionario.

pietro sarchièFavoreggamento, ricettazione e riciclaggio sono i reati dei quali è chiamato a rispondere a Macerata il catanese Santo Seminara, in un secondo processo per la vile uccisione del pescivendolo Pietro Sarchiè. Altri due catanesi, Giuseppe Farina e il figlio Salvatore, sono stati condannati all’ergastolo per l’omicidio, commesso per sbarazzarsi di un lavoratore e sottrargli i clienti. “Dovranno restare in carcere – grida Jennifer, figlia della vittima – fino all’ultimo giorno”.

Pietro Sarchiè sparì misteriosamente la mattina del 18 giugno 2014 con il suo furgone, mentre compiva il giro quotidiano nell’entroterra per servire i clienti. Le sue ricerche furono difficoltose, svolte giorno e notte dai familiari dell’uomo, mentre gli inquirenti erano orientati sull’ipotesi, rivelatasi suggestiva, di un allontamento volontario. L’uomo fu poi ritrovato cadavere dopo una ventina di giorni, ucciso a colpi di pistola e sepolto in un terreno di campagna: fu la morte nel cuore per la moglie e i due figli.

Magistrato e carabinieri si trovarono a dover dipanare un caso criminale molto difficile, poiché scandagliando nella vita del pescivendolo non si trovò nulla che avesse potuto scatenare nei suoi confronti una vendetta: era una persona stimatissima, dedita esclusivamente alla famiglia e al lavoro, che lo impegnava da decenni in un’attività molto dura, ma svolta sempre con onestà, rispetto del prossimo e grande scrupolo. Perché allora avevano ucciso Pietro? Gli inquirenti riuscirono a raccogliere prove su atti preparatori compiuti da altri due pescivendoli, i due Farina, per sbarazzarsi dell’uomo: lo avevano seguito per giorni nei suoi spostamenti, per cogliere il momento più propizio per bloccarlo, assassinarlo e portare via il furgone carico di pesce; e successivamente avevano curato di eliminare eventuali tracce del delitto che potessero far risalire a loro. Il furgone era stato trasportato in un capannone di un altro catanese, Santo Seminara, e quindi smantellato.

maria oana ungureanu

Quando viene trovato un cadavere, chi indaga può incorrere in un errore grossolano: scambiare una morte accidentale per un omicidio o viceversa. Ci sono casi, anche attualmente, molto dibattuti, uno dei quali è quello di Maria Ungureanu: una morte seguita ad un incidente di gioco, mentre la Procura ha ritenuto che fosse stato commesso un omicidio e per questo ha indagato due giovani, Daniel Petru e Cristina Ciocan.

Non sono nuova a questo tipo di errori, essendo consulente di Michele Buoninconti, un padre di quattro figli, in carcere da quasi due anni per un omicidio mai avvenuto: la morte della moglie Elena Ceste.

La Ungureanu nel giorno della sua morte, dopo essere stata in chiesa e poi in compagnia del giovane Daniel Ciocan, tornò a casa, cenò e uscì di nuovo per recarsi alle giostre. Poco dopo la mezzanotte, una donna trovò il suo cadavere nella piscina di un agriturismo nel centro storico di San Salvatore Telesino in provincia di Benevento. Era il 19 giugno di quest’anno.

Maria dopo aver cenato, con tutta probabilità, incontrò alle giostre alcune compagne di giochi, forse coetanee o ragazzine poco più grandi di lei, e, con loro, attraverso un’apertura nella rete, sgattaiolò nel parco dell’agriturismo per fare un bagno nella piscina, nella quale affogò per cause accidentali.

Molteplici dati accreditano questa ricostruzione:

Salvo BellaNel 2014 poco ci mancava che l’assassino di Yara Gambirasio (sparita il 26 novembre 2010, morta non si sa dove e poi trovata cadavere a Chignolo d'Isola) fossi io, per il semplice fatto di avere scritto sull’orrendo delitto il libro “Yara, orrori e depistaggi” (Gruppo Edicom), che mi ha procurato oscure minacce e un accanimento da parte di apparati dello Stato. Mi hanno tenuto col fiato sospeso oscure indagini del Commissariato di Polizia di Legnano che avevano preso una brutta china e chissà a quali mostruosità avrebbero potuto portare. Ma la Corte d’Assise di Bergamo ha sentenziato quest’anno che a uccidere Yara è stato il muratore Massimo Giuseppe Bossetti e l’ha condannato all’ergastolo.

Il libro, uscito nel mese di febbraio 2014, è una analisi delle modalità di svolgimento delle indagini nella prima fase, quella immediatamente successiva alla sparizione misteriosa di Yara nell’ora in cui stava per allontanarsi, a Brembate di Sopra, dal centro sportivo nel quale s’era intrattenuta. La puntuale cronistoria di un delitto e dell’attività degli inquirenti rientra nei compiti, e  pure nei doveri, dei giornalisti; né poteva essere ignorata da un professionista come me ultradecano della “nera”, che mi sono occupato di svariate migliaia di delitti, molti di mafia, con i criteri che si usavano una volta, cioè radiografando gli elementi per farli emergere in tutta la loro crudezza e soprattutto senza paraocchi, autocensure o genuflessioni a potenti.

Nemmeno i capimafia mi avevano diffamato

Sono diritti e doveri che in terra insanguinata come la Sicilia mi riconobbero anche i capimafia, che pure avevano voluto più volte la mia testa; e almeno non mi diffamarono.

Ma nel caso di Yara la questione è stata diversa; e le cose sono andate in un modo che io, vecchio cronista, non avrei potuto immaginare.

Cronaca Vera, numero in edicola

La rivista “Il delitto” (www.ildelitto.it) di politica, cronaca, prevenzione e repressione del crimine è stata oscurata fino alle ore 8,40 di stamani subito dopo la pubblicazione dell’articolo del giurista Arles Calabrò Yara e il Dna: fra regole ed eccezioni, permane il sospetto che Massimo Bossetti sia stato incastrato da qualcuno. Anche il 13 ottobre “Il delitto” era stato reso irraggiungibile subito dopo la pubblicazione dell’intervista al giudice Gennaro Francione e al biologo e genetista forense Eugenio D’Orio nell’articolo Inutilizzabili contro Bossetti le tracce di Dna. “No ai processi indiziari: Voltaire si rivolta nella tomba!”. Oggi appare perciò più evidente il sospetto dell’intromissione di qualche oscura mano. La società Shellrent Srl di Vicenza, che cura l’hosting del sito, allora come adesso informata, non ha fornito alcuna spiegazione. Deficienze tecniche, pirateria, sabotaggio, intimidazione? In attesa di far luce su tali oscuri attacchi, che pregiudicano o impediscono la diffusione di pubblicazioni in regola con le leggi, "Il delitto" assicura lettori, amici e collaboratori che intende tutelare in tutte le sedi il diritto all’informazione ricercando liberamente verità, anche le più scomode, sui delitti.

ALLE ORE 9,38 LA SOCIETA' SHELLRENT HA FORNITO, SENZA ALTRE SPIEGAZIONI, QUESTA RISPOSTA ESILARANTE: "Attualmente il sito ci risulta correttamente funzionante, la preghiamo di verificare nuovamente tramite modalità in incognito il tutto". Da un incognito all'altro non c'è da stare allegri.

Massimo BossettiNon conosco approfonditamente le teorie e le ipotesi avanzate dal collegio difensivo, ma io, personalmente, ho, purtroppo, il forte sospetto che Massimo Giuseppe Bossetti sia stato incastrato da qualcuno.

Non mi si venga a chiedere da chi, perché, come e quando. Non lo so, ovviamente, e non è compito mio accertarlo. Potrebbe essere stato chiunque, e io spero solo che gli inquirenti, i quali, come è noto, si sono resi protagonisti di una lodevole e complessa attività di indagine, valutino, quanto prima, l’opportunità di considerare seriamente anche questo ulteriore scenario alternativo.

Daniele Ughetto Piampaschet

La storia di Daniele Ughetto Piampaschet è davvero straordinaria. Una metafora uroborica di quello che è la sentenza stessa su base indiziaria: un romanzo scritto talmente bene che i cerchi si chiudono con la condanna di un soggetto, indipendentemente se sia colpevole o innocente. Dalla condanna del romanzo di Piampaschet, poi assolto in un ghirigoro processuale (ancora da definirsi) alla maniera del processo Meredith, passiamo scivolando sul serpente che si morde la coda alla condanna di un intero sistema processuale, letterariamente fondato su indizi e non su prove rigorosissime come il neo processo popperiano richiederebbe (leggere Inutilizzabili contro Bossetti le tracce di Dna).

La ricerca degli autori di delitti è molto più complicata di quanto vogliono farci credere. In tale prospettiva il processo indiziario ha la comoda funzione di chiudere falle ineliminabili, col rischio di mettere dentro innocenti.

Ho provato a sollevare vanamente questione d’incostituzionalità del processo indiziario (art. 192, 2° co. c.p.p.) e oggi invito avvocati e magistrati a riproporre la questione dopo l’introduzione della formula del ragionevole dubbio. Ogni processo indiziario per sua natura crea ragionevoli dubbi. I processi vanno fatti per essere sicuri di una giustizia giusta solo per prove fortissime.

Ma torniamo a Piampaschet e ricostruiamone la storia più che mai incredibile ma illuminante sul come nel processo indiziario si peschi dappertutto pur di affermare come vera quella che è solo una congettura.

L’ambiguità degli accertamenti “scientifici” sui delitti è al centro di un importante dibattito fra giuristi, biologi e altri esperti della complessa materia. Il giudice Gennaro Francione, direttore del "Movimento di neorinascimento della Giustizia",  strenuo sostenitore dell'epistemologia del filosofo austriaco Karl Raimund Popper, dal quale prende le mosse, va sviluppando il tema della criminologia dinamica, con notevoli implicazioni per le attività processuali e il sistema giudiziario attuale, che viene messo apertamente in discussione. Il magistrato è noto e apprezzato anche per decine di saggi e notevoli opere di narrativa. Al dott. Eugenio d’Orio, noto biologo forense e criminalista (molti gli studi all'estero, ora ammesso come ricercatore all'Università di Copenhagen) che collabora in questi studi col giudice Francione, abbiamo chiesto un articolo, che qui pubblichiamo.

Neorinascimento della Giustizia

Francione Francione genetica

Gennaro Francione
Gennaro Francione 2
 

Grazie al progresso tecnologico-scientifico, ad oggi si è in grado di sviluppare metodologie di indagine che prima erano comunemente ritenute “fantascientifiche” ovvero “utopiche”.

Ad oggi, gli investigatori di tutto il mondo si possono giovare di nuovi ed avanguardistici sistemi, tecnologie ed approcci scientifici quando devono porre in essere le indagini per un dato delitto.

Il vero boom della scienza forense, ossia la scienza applicata alle indagini, si ebbe con l’avvento del DNA e delle tecnologie identificative ad esso correlate. Tali tecniche, poste in essere solo da un ventennio a questa parte, sono correntemente perfezionate e migliorate ed hanno la peculiarità di rendere possibile l’identificazione di un individuo in maniera univoca e scientificamente certa.

Oltre a ciò grande importanza è data dal fatto che tali tecniche forniscono anche la possibilità di identificare il tipo di tessuto biologico, il cui uso a fini forensi è davvero di inestimabile valore.

Ancora, le più moderne tecniche sono volte alla valutazione delle posizioni nello spazio relative delle diverse evidenze biologiche rinvenute in un dato reperto o luogo.

Visto il grandissimo successo applicativo delle suindicate tecniche scientifiche in ambito forense, anni fa, cavalcando il clamore di quest’importante ausilio proveniente dalla scienza e dai suoi risultati, i media bombardarono i mezzi di informazione parlando di “prova regina”, grazie alla quale tutti i misteri sono svelabili, e tutte le indagini si possono concludere in maniera certa e giusta, assicurando il reo alla giustizia. Nel corso degli anni, inoltre, il DNA o cosiddetta “prova regina” fu  determinante per dimostrare l’innocenza di soggetti condannati per gravissimi delitti (tra cui moltissimi casi di omicidio e stupro) i quali avevano sempre, a gran voce, dichiarato la propria innocenza senza esser creduti.

Giarre rosario crocetta beatrice lorenzin

La popolazione della fascia jonica siciliana si sta mobilitando per protestare contro la chiusura, avvenuta l’anno scorso, del posto di pronto soccorso a Giarre, un’offesa alla civiltà e un grave vulnus alle esigenze di tutela della salute pubblica che dev’essere garantita a ogni cittadino. Proprio nella piazza Duomo di Giarre, sulla statale 114 Catania-Messina, convergeranno i dimostranti lunedì 24 ottobre, dopo che il presidente della Regione Rosario Crocetta non ha mantenuto gli impegni per la riapertura presi più volte. Promotore della mobilitazione è un giarrese di spicco, Armando Cutuli, già presidente di Confcommercio e di Promozione e Sviluppo Giarre, che proprio al governatore ha inviato un messaggio chiarissimo: l’omissione del richiesto intervento urgente per l’eguale diritto alla salute è un reato. L’iniziativa viene sostenuta attraverso la pagina Facebook “Sei di Giarre se…”.

referendum

I notiziari delle emittenti televisive hanno nascosto oggi la notizia del singolare gesto di un ex imprenditore bulgaro, Martin Advinski di 50 anni, che si è arrampicato sul tetto della Scala a Milano per sostenere il "no" al referendum. I tg della Rai hanno taciuto per tutta la giornata, mentre le agenzie di stampa e i più importanti giornali continuavano a informare sin  dal mattino di che cosa stava accadendo nel capoluogo lombardo, un curioso gesto di dimostrazione che aveva mobilitato in forze carabinieri, polizia e vigili del fuoco.

Solo il tg di Sky, nell’edizione delle ore 14, ha diffuso in diretta la notizia, mostrando anche, in un collegamento diretto con la piazza della Scala, le immagini, con i tre striscioni esposti dall’uomo. La notizia, però, è poi sparita per tutta la giornata nelle altre edizioni, anche dalla striscia dei titoli che durante la trasmissione scorrono a nastro nella parte bassa dello schermo.

Non si sa se l’autore della dimostrazione avesse realmente minacciato di volersi lanciare nel vuoto dal tetto. Col passare delle ore, tuttavia, si faceva sempre più pressante l’esigenza di eliminare gli striscioni e di fare scendere l’uomo, ponendo fine a un episodio eclatante ed evitando che la notizia facesse il giro del mondo.

Le trattative delle forze dell’ordine con l’ex imprenditore si sono rivelate infruttuose. Dopo parecchie ore, finalmente, un ufficiale dei carabinieri è riuscito a bloccare il dimostrante, sottoposto subito a visita al Policlinico: prevedibile epilogo, sarà sottoposto a trattamento psichiatrico.

Ci sarà anche uno strascico giudiziario per occupazione di terreni ed edifici; ma la Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai dovrebbe spiegare se è normale che il servizio pubblico nasconda ai cittadini un avvenimento di tal genere, anche se poi attribuito sbrigativamente a un matto.

dario fo

Agenti della Digos“L'impressione è che possa trattarsi di un gesto simbolico, senza alcuna concreta valenza intimidatoria”: così la polizia definisce l’ordigno piazzato a Roma all’esterno dell’appartamento dell’avv. Paolo Saolini, responsabile degli affari legali del vicesindaco nella giunta pentastellata di Virginia Raggi. Lo riferisce l’Agenzia Italia. Questo tipo di valutazione è spiegato con la precisazione che il reperto è un congegno elettrico di accurata fattura confezionato per fare scoppiare una bomba, ma privo di esplosivo: una riflessione particolarmente allarmante se a farla sia la Digos, cioè l’ufficio politico della questura, quasi che senza devastazioni non possano esserci atti intimidatori.

Sorge il dubbio che diversa sarebbe stata l’interpretazione da parte di chi indaga se l’accaduto avesse riguardato non il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo ma il collaboratore di una giunta comunale filogovernativa; o sarebbe bastata una pisciata dietro una porta di casa di Matteo Renzi per fare uscire dalle caserme anche i carri armati e diffondere interminabili messaggi di solidarietà e gridare al nemico in agguato.

Non è la prima volta che, col ministero degli Interni ad Angelino Alfano, in molti uffici di polizia si registra la tendenza a fare passare sotto gamba episodi di minacce gravi. Il dirigente del commissariato di Legnano, Francesco Anelli, è arrivato a sostenere che ricevere per posta un proiettile con un biglietto intimidatorio non costituisce un pericolo: con questa e con altre affermazioni false sminuiva la credibilità del mio libro “Yara, orrori e depistaggi” sull’omicidio di Yara Gambirasio, che ambienti oscuri cercavano di bloccare.

giustizia

Le tracce di dna che hanno portato alla condanna di Massimo Bossetti all’ergastolo per l’uccisione di Yara Gambirasio sono inutilizzabili: lo sostengono molti giuristi, come peraltro aveva fatto la difesa dell’imputato. Il processo ha evidenziato gravi lacune nelle indagini, anche per il modo spregiudicato di far valere come prove elementi sottratti al pieno contraddittorio. “Bisogna dire no – afferma senza mezzi termini il giudice Gennaro Francione nell’intervista esclusiva che ci ha concesso – ai metodi senza garanzie reali, che fanno rivoltare nella tomba Voltaire, ancora in attesa dopo 250 anni che i suoi principi siano applicati radicalmente”. La questione di fondo, largamente dibattuta, sfiora il caso Bossetti, ma ha implicazioni allarmanti per molti altri imputati che si trovano in carcere pur in presenza di forti dubbi sulla loro colpevolezza.

I miliardi spesi servono a poco senza trasparenza

Su Bossetti, il biologo forense e criminalista Eugenio D’Orio sostiene: “Anche ammesso che le fasi della repertazione e della catena di custodia del reperto contenente la traccia 31G20 siano andate a buon fine, e soprattutto sia stato garantito all’imputato di prenderne visione tramite i suoi consulenti, si dovrà necessariamente indagare che tipo di legame ha quella data traccia genetica con l’atto delittuoso per il quale si indaga. Inoltre, la mancata concessione delle perizie nel precedente grado di giudizio rappresenta una gravissima lacuna cagionata in danno del signor Bossetti dal punto di vista investigativo-scientifico”.

D’Orio ritiene tuttavia che sia possibile e necessario, rimediare a taluni lacune: “Anche se sarà appurata la bontà della traccia 31G20 (la quale è ancora carente se la si vuole ascrivere con scientifica certezza alla traccia dell’offender di Yara) nello specifico, vista la dinamica dell’aggressione, gli altri reperti ancora in uso alla Procura saranno determinanti per dare chiarezze scientifiche di tipo oggettivo ed universale, non più di tipo meramente indiziario, come costituito dalla suindicata traccia”.

   

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