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yara gambirasioIl libro del giornalista Salvo Bella "Yara, orrori e depistaggi", sull'omicidio di Yara Gambirasio, sarà al centro di un dibattito della trasmissione Border Nights a cura di Fabio Fabretti, in diretta martedì 27 settembre dalle 22,30 su http://webradionetwork.eu/.

Potranno intervenire anche gli ascoltatori.

Il libro, com'è noto, è stato scritto e pubblicato prima dell'arresto di Massimo Bossetti, recentemente condannato in primo grado all'ergastolo per l'omicidio. L'autore compie un serrato esame delle indagini, che sin dalla prima fase presentarono gravi incogruenze e sono tuttora oggetto di accese discussioni.

Arresto di Massimo BossettiL'orrenda morte di Yara Gambirasio e la recente condanna in primo grado di Massimo Bossetti all'ergastolo continuano a dividere l'opinione pubblica fra innocentisti e colpevolisti. Sui social, e in particolar modo su Facebook, c'è un'ondata di gruppi che esaminano atti processuali e raccolgono documenti pro o contro l'imputato, mentre ancora si attende che sia depositata la motivazione della sentenza di condanna.

Sulla responsabilità del muratore, che si professa innocente, permangono obiettivamente dei dubbi che il dibattimento non avrebbe risolto, sia su talune modalità controverse di svolgimento delle indagini, sia sulla cosiddetta "prova regina" delle tracce di dna rilevate sul cadavere della ragazza e ricondotte dall'accusa proprio a Massimo Bossetti.

La questione che continua a essere affrontata in particolar modo è proprio quella del dna, esame del quale l'avv. Claudio Salvagni e gli altri difensori avevano chiesto inutilmente la ripetizione. Un gruppo chiuso di Facebook, al quale partecipano anche esperti delle materie in questione, ha pubblicato una sorta di petizione divulgata poi su molte altre pagine pubbliche. Eccola integralmente.

CASO BOSSETTI, MAGGIORE TRASPARENZA ED EQUO PROCESSO

Abbiamo, purtroppo, il forte sospetto che Massimo Bossetti sia stato incastrato da qualcuno. Non veniteci a chiedere da chi, perché, come e quando. Non lo sappiamo e non è compito nostro accertarlo. Può essere stato chiunque, e noi speriamo che gli inquirenti, i quali si sono resi protoganosti di una lodevole e complessa attività di indagine, riescano quanto prima ad individuare il o i soggetti responsabili. Pur non avendo prove dirette a suffragio di questa nostra ipotesi, avendo acquisito diversi pareri da diversi genetisti forensi (assolutamente obiettivi e imparziali), abbiamo però diversi elementi indiziari di carattere scientifico e non che ci inducono a ritenere che questa ipotesi sia seriamente da prendere in considerazione; segantamente: 1) riferisce il prof Capra che nella traccia biologica mista denominata 31G20, il DNA nucleare della vittima è risultato essere fortemente degradato mentre quello di “ignotouno” altamente cellularizzato, di ottima qualità e quantità. Circostanza, quest'ultima, asseritamente anomala che fa propendere per il deposito NON contestuale dei rispettivi materiale biologici. 2) Nella loro relazione, i RIS di Parma, a pag 267, rilevano che "appare quantomeno discutibile come ad una degradazione proteica della traccia non sia seguita una degradazione del DNA". Sono gli stessi RIS, quindi, a nutrire perplessità in ordine alla circostanza che la traccia risultava essere totalmente degradata a livello proteico (tanto è vero che NON è stato nemmeno possibile, se non per esclusione, risalire al fluido di appartenenza) a fronte di un profilo genetico nucleare ( “ignotouno”) che, invece, risultava essere stato estratto da materiale biologico fortemente cellularizzato, di ottima quantità e qualità. Anche questa circostanza fa propendere per la conclusione che quel frammento di materiale biologico rinvenuto in quella traccia fosse di origine NON naturale. 3) Il materiale biologico dal quale è stato ricavato il profilo genotipico nucleare (quello che volgarmente viene definito DNA nucleare) denominato “ignotouno” pare sia completamente esaurito: circostanza che appare piuttosto peculiare a fronte della relazione dei RIS in cui si parla di materiale biologico rinvenuto in più punti, di ottima QUANTITA' e qualità. Se è stato esaurito per approfondire le analisi nel tentativo di ricavare dalla traccia 31G20 gli aplotipi mitocondriali necessari per le relative comparazioni, perché ora, a posteriori, si sostiene che questi stessi DNA mitocondriali sarebbero del tutto irrilevanti ai fini forensi? Se sono irrilevanti questi DNA mitocondriali, perché si è consumato tutto il materiale biologico disponibile nel tentativo di ricavare tali profili mitocondriali? 4) Come è possibile che non ci si sia accorti che il profilo mitocondriale ricavato dalla traccia 31G20 appartenesse alla vittima e NON al soggetto denominato ignotouno? Eppure un determinato laboratorio, avvalendosi di una università specializzata nelle analisi mitocondriali della tracce biologiche miste e degradate, ha proceduto anche alle analisi mitocondriali di questi reperti. 5) Generalmente, nelle tracce biologiche (ancorchè miste e degradate) è molto più probabile che si riesca a ricavare gli aplotipi mitocondriali di determinati soggetti e NON i profili genetici nucleari agli stessi appartenenti, in quanto è fin troppo noto, nella letteratura scientifica, che la capacità di resistenza del DNA mitocondriale (in riferimento agli attacchi degli agenti atmosferici e dei liquidi del corpo in decomposizione) è nettamente superiore rispetto alla capacità di resistenza del DNA nucleare. Ebbene, nelle tracce di interesse investigativo, in cui è stato emarginato il DNA nucleare di “ignotouno”, inspiegabilmente, in seguito alle analisi a tal fine espletate, non è stato possibile ricavare lo stesso DNA mitocondriale dello stesso “ignotouno”. Questo INSPIEGABILE fenomeno scientifico si è verificato NON in una ma IN TUTTE (e sottolineo tutte) le tracce biologiche analizzate. 6) Dal punto di vista scientifico, vi sono diverse spiegazione che ASTRATTAMENTE possono giustificare il NON rinvenimento di un aplotipo mitocondriale in tracce miste degradate in cui è stato rinvenuto il profilo genetico nucleare appartenente allo stesso soggetto (le stesse vengono analiticamete illustrate anche dal Prof Previderè nella sua relazione depositata agli atti), ma, IN CONCRETO, nessuna di queste giustificazioni, valide sul piano epistemologico, si attaglia al caso di specie: più nel dettaglio, secondo i RIS di Parma la traccia 31G20, dalla quale è stato ricavato il profilo genotipico nucleare denominato “ignotouno”, NON è risultato essere positivo alla sperma, né, tanto meno, alla saliva. Per esclusione si è accertato che questo fluido fosse sangue. Come osservato dallo stesso prof Previderè nella precitata relazione, nella letteratura scientifica, allo stato attuale, NON è data riscontrare alcuna ipotesi in base alla quale in una traccia biologica mista (ancorché degradata) il sangue misto a sangue comporti la scomparsa in TUTTI I PUNTI ANALIZZATI (e sottolino tutti) dell'aplotipo mitocondriale di un soggetto di cui, nei medesimi punti, viene rinvenuto il profilo genotipico nucleare. Ergo, in letteratura, in casi analoghi al caso di specie, pare non esserci alcuna spiegazione squisitamente epistemologica a tale fenomeno, se non quella che quel materiale biologico da cui è stato ricavato questo profilo genotipico nucleare (ignotouno) sia di origine NON naturale o, in alternativa, che vi sia stato un errore decisivo in fase di analisi, amplificazione e/o interpretazione dei dati. La scienza, infatti, fornisce un dato statisticamente apprezzabile, corroborato dalla comunità scientifica nazionale e internazionale: la REGOLA è che in ogni traccia biologica mista (ancorchè degradata), in seguito alle relative analisi a tal fine espletate, se si riesce a ricavare il profilo genetico nucleare di un determinato soggetto (ignotouno) a maggior ragione (visto i differenti tempi di degradazione), nella medesima traccia, non si può non ricavare anche l’aplotipo mitocondriale appartenente allo stesso soggetto (ignotouno) . Come evidenziato nella sua relazione dallo stesso Prof Previderè, vi sono solo alcune ECCEZIONI a tale REGOLA generale ma tutte, in quanto tali, sono assolutamente CORROBORATE dalla comunità scientifica (ovvero, vi sono studi scientifici nazionali e internazionali che confermano tale eccezione, giustificandola sul piano scientifico) e nessuna di tali eccezioni può essere applicata al caso in esame. Ed infatti, pare d'obbligo evidenziare che, affinchè un’ ECCEZIONE ad una REGOLA scientifica possa considerarsi tale, essa necessita, inesorabilmente, delle relative conferme da parte della comunità scientifica di riferimento: in altri termini, se NON vi sono STUDI NAZIONALI O INTERNAZIONALI che giustifichino un determinato evento che SI RITIENE essersi estrinsecato nella realtà fenomenica, lo stesso evento non può assumere alcuna valenza epistemologica, cioè non può essere ritenuto come un’ ECCEZIONE alla regola e, in riferimento a quello stesso fenomeno (ASSERITAMENTE) concretizzatosi “in rerum naturae”, in realtà, non può non trovare applicazione la REGOLA generale. Allo stato, nella comunità scientifica di riferimento, in casi analoghi al caso in esame, NON pare esservi alcuno STUDIO NAZIONALE o INTERNAZIONALE che possa fornire, da un punto di vista squisitamente epistemologico, delle spiegazioni alle predette mortificazioni e lapidazioni delle leggi della natura. Se la pubblica accusa, nel corso del dibattimento, fosse riuscita a fornire delle giustificazioni acclarate dalla comunità scientifica di riferimento (si, ma attraverso degli STUDI SCIENTIFICI confermati dalla stessa comunità e NON di certo mediante delle spiegazioni alquanto risibili, frutto, evidentemente, dell'estro, della simpatia e della goliardia dell' “opinionista” di turno) allora questo elemento indiziario avrebbe potuto effettivamente assumere una pregnante valenza scientifica e, quindi, probatoria, ma visto che, come è noto, in dibattimento non è stato riscontrato alcuno studio nazionale o internazionale che potesse giustificare tutte le anomalie riscontrate, non può non valere la REGOLA generale, con l’inevitabile corollario che, nel caso di specie, solo due sembrano essere le spiegazioni scientificamente ipotizzabili: 1) o si è al cospetto di un profilo genetico ricostruito in modo errato (nel senso che vi è una NON coincidenza tra il “proprietario” del materiale biologico rinvenuto nei reperti e il “proprietario” del profilo genetico nucleare denominato “ignotouno”) 2) o, in alternativa, quel materiale biologico da cui è stato ricavato il medesimo profilo genetico nucleare (“ignotouno”) NON può considerarsi di origine naturale. Come sopra accennato, le predette conclusioni appaiono ancor più avvalorate da un ulteriore circostanza contrastante con l’ipotesi accusatoria e che rappresenta un’altra conferma dell’ insussistenza scientifica del teorema avanzato dalla pubblica accusa: l’aplotipo mitocondriale di “ignotouno” NON è stato rinvenuto non solo nella traccia 31G20 ma in nessuna delle molteplici tracce in cui è stato ricavato il suo profilo genetico nucleare. Circostanza, quest’ultima, lo si ribadisce, assolutamente NON spiegabile da un punto di vista scientifico, se non unicamente con le due predette ipotesi. 7) E’ emerso processualmetne che Yara e Bossetti non si sono mai conosciuti, appartenevano a due mondi completamente distinti e separate 8) In dibattimento è emerso come non vi sia alcun razionale movente che possa legare Bossetti Massimo al delitto ascrittogli. Alla stregua di tutte le considerazioni che precedono, in qualità di cittadini, noi ci auspichiamo seriamente che, in fase di appello, si ripetano le analisi genetiche su questi reperti e che si faccia totalmente luce su tali aspetti scientifici. Solo ripetendo le analisi genetiche si potrà sgombarare il campo da questa ipotesi che a noi appare inquietante ma quanto mai realistica. Se non venissero concesse le perizie nemmeno in appello, noi riteniamo che un gravissimo vulnus ai diritti costituzonali di quest’uomo continuerebbe a perpetrarsi e sarebbe, a nostro avviso, forse il caso di malagiustizia più eclatante verificatosi nella storia giudiziaria del nostro Paese.

Condannato Massimo Bossetti all’ergastolo, il processo per l’uccisione di Yara Gambirasio lascia irrisolti inquietanti misteri delle indagini che già nel 2014 avevo riassunto nel mio libro “Yara, orrori e depistaggi”. Nessuno, né il pubblico ministero né la difesa, aveva spiegato peraltro alla Corte d’Assise di Bergamo i motivi per i quali la polizia aveva ritenuto che Yara fosse viva fino a novanta giorni dalla sparizione della ragazza.

Fa paura questa sentenza, epilogo immaginabile di un processo svoltosi con acceso dibattito sul valore probatorio di un dna eloquente a doppio senso, schiacciante per l’accusa ma immondizia per la difesa: una controversia che ha contrapposto scienziati e lasciato dubbi atroci. Si deve dunque risalire alle modalità investigative che hanno fatto insorgere la questione, perché nella catena delle indagini bastava un solo elemento inquinato per indirizzare poi verso una precisa conclusione; inquinato da chi e perché non è diabolico ipotizzarlo, viste le qualità di taluni che indagavano e tenuto conto degli interessi che c’erano allora per risolvere il caso criminale. S’è voluto lasciare un silenzio tombale su questa dolorosa pagina, con la cautela di mass media che pur spettacolarizzando sugli schermi il delitto si son guardati bene dal vedere con occhio critico in ambienti istituzionali.

Non si può scommettere sull’innocenza o sulla colpevolezza di Massimo Bossetti e solo i successivi gradi di giudizio potranno dirci se l’assassino di Yara è proprio lui o se invece è uno sconosciuto rimasto impunito.

Salvo Bella

Virginia Raggi    Chiara Appendino

L'elezione delle pentastellate Virginia Raggi e Chiara Appendino a sindaci di Roma e Torino ha causato un terremoto negli enti comunali insozzati per anni da ladronerie. Centri nevralgici per l’economia delle due città e per servizi importantissimi come i trasporti sono da decenni covi di clientele e malaffare, nei quali sistemare politici trombati e amici dei politici, con sfasci, soprattutto nella Capitale, che i cittadini non hanno tollerato più.

I due sindaci hanno un mese e mezzo di tempo per nominare i rappresentanti del Comune in molte istituzioni e già dalla campagna elettorale di Raggi e Appendino era emerso chiaramente che una volta per tutte ci sarebbe stata pulizia, secondo le linee guida del Movimento Cinque Stelle, che, attorno a Beppe Grillo, dell’onestà e della lotta contro la corruzione ha fatto la sua principale bandiera. Il compito dei nuovi sindaci, che dovranno nominare persone di chiara e provata competenza, è agevolato dalle dimissioni, date o annunciate, di alcuni manager, i quali sapevano che sarebbero stati sostituiti: la pulizia è cominciata.

La spedizione di una busta di libri è rifiutata da Poste Italiane se nell’etichetta è dichiarato che contiene anche una lettera regolarmente affrancata: questa è la massima che si ricava da una risibile controversia sorta all’ufficio di Cerro Maggiore (Milano), dove si afferma che la lettera può viaggiare solo separatamente dai volumi, mentre il sito web delle Poste chiarisce, al contrario, che il cosiddetto “piego di libri” può co...ntenere anche un gadget oppure una lettera a condizione che la stessa non superi i 20 grammi e sia affrancata come “posta 4 pro” (già “prioritaria”).
La spedizione a tariffa agevolata come “piego di libri” ispezionabile è stabilita per legge e può essere effettuata da chiunque in tutti gli uffici postali. Viene considerata corrispondenza universale, che per tale tipologia dev’essere obbligatoriamente accettata agli sportelli. I plichi possono contenere anche una fattura o un bollettino postale, senza costi aggiuntivi.
La possibilità di aggiungere a pagamento una lettera non è nuova ed è spesso necessario ricorrerci da parte del mittente, come nel caso della partecipazione a premi e concorsi letterari, che richiedono l’invio dei libri insieme con un foglio contenente gli indispensabili dati identificativi del partecipante.
Il 6 giugno l’ufficio postale di Cerro Maggiore ha rifiutato di accettare un plico siffatto da spedire per raccomandata e presentato dalla casa editrice Gruppo Edicom, che ha subito presentato circostanziati reclami. La segnalazione ha sortito un intervento tempestivo da parte di Poste Italiane, che tuttavia non ha ancora chiarito il problema: la prima risposta è che si può fare solo se la lettera è già affrancata dal mittente ma con affrancatrice automatica anziché con francobolli.
Non è la prima volta che spediamo in tal modo e non abbiamo avuto mai un problema di tal genere. Il plico intanto resta fermo, come se una lettera allegata ad alcune opere letterarie fosse una bomba esplosiva.

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Il processo che si celebra alla Corte d’Assise di Bergamo non ha chiarito i misteri che avvolgono ancora, dopo oltre cinque anni, il caso criminale di Yara Gambirasio. Il pm Letizia Ruggeri non ha dubbi sulla colpevolezza di Massimo Bossetti, ma nella prima parte della requisitoria, ripercorrendo l’evoluzione delle indagini, ha ricordato “Ci spaccammo la testa. Ipotizzammo di tutto, dallo scambio di persona al rapimento”. Resta come un macigno il fatto che per ben tre mesi (dal 26 novembre 2010, giorno della sparizione a Brembate di Sopra, al 26 febbraio 2011, data del ritrovamento del cadavere in un campo incolto di Chignolo d’Isola) gli inquirenti sostennero che Yara era viva e l’avrebbero riportata a casa. Che fine hanno fatto quelle “prove”?

Ma il processo si avvia all’epilogo con la richiesta annunciata di condanna all’ergastolo, dopo innumerevoli udienze con confronti accesi tra accusa e difesa che non sono bastati a fare chiarezza su consistenti lacune, già riassunte due anni fa nel mio libro “Yara, orrori e depistaggi”. Domani 18 maggio 2016 per Bossetti, in carcere dal 14 giugno 2014, sarà il giorno più terribile: come reagirà alle conclusioni della requisitoria del pubblico ministero?

Fra dna che per una parte sembra inchiodare l’imputato e un’altra che contraddice la prima, furgoni cassonati e aperti, persone strane che si aggiravano accanto alla palestra dalla quale Yara uscì per sparire fulmineamente senza essere vista, non c’è stato al processo un testimone che in quella tragica sera avesse notato la ragazza, da sola o con qualcuno, o che avesse sentito urlare: com’è possibile? Tuttora le lesioni riscontrate poi sul corpo sono difficilmente riconducibili all’azione di un predatore, che per chilometri avesse trasportato Yara restando alla guida di un furgone e contrastando le reazioni della vittima. Lo stesso movente sessuale non è suffragato da elementi importanti. Vittorio Feltri, che non è solito fare sconti ad alcuno, in un nuovo articolo su liberoquotidiano.it ribadisce questi e altri dubbi; e spiega perché Massimo Bossetti andrebbe assolto, come sostengono i suoi difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini, che svilupperanno le arringhe conclusive.

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robertaragusaLa Cassazione è stata oggi chiara sulla misteriosa sparizione di Roberta Ragusa, la donna della quale non si ha più notizia dalla notte del 13 gennaio 2012: il mancato ritrovamento del cadavere non esclude, secondo la Corte, l'eventuale colpevolezza del marito Antonio Logli, che pur essendo stato accusato di omicidio era stato prosciolto dal gup di Pisa Giuseppe Laghezza, con una decisione che aveva suscitato enormi perplessità. Le attuali attribuzioni di competenze della procedura penale in materia istruttoria confermano l'esistenza di gravi criticità, causa di pericolose lungaggini, poiché le decisioni di rinvio a giudizio o proscioglimento nei procedimenti per omicidio non possono essere lasciate a un singolo magistrato, non sempre in grado di valutare correttamente l'assoluta mancanza di elementi di colpevolezza.
La procura della repubblica aveva chiesto il rinvio a giudizio di Logli, sostenendo l'accusa in base a una serie di elementi indiziari univoci e convergenti, sorretti anche da testimonianze oculari come quella del giostraio Loris Gozzi, il quale ha sempre raccontato che nella notte della sparizione vide Logli in strada mentre spingeva violentemente una donna. Il racconto è risultato compatibile con quelli di altre persone che per motivi diversi passavano nella zona, nonché con riscontri di tabulati telefonici. Ma il gup non ha ritenuto attendibili i testimoni.
Sono passati più di quattro anni dall'oscura sparizione di Roberta Ragusa, che secondo l'accusa, respinta sistematicamente dall'uomo, sarebbe stata uccisa dal marito perché aveva scoperto la sua tresca con la segretaria e baby sitter dei figlioletti, che ha portato poi in casa per conviverci. La Procura sostiene che Antonio Logli avrebbe distrutto il cadavere, che per questi motivi non sarebbe stato ritrovato nonostante le lunghe e complesse ricerche dei carabinieri.
Un dibattimento in Corte d'Assise avrebbe permesso la formazione pubblica delle eventuali prove, per escludere o dichiarare la colpevolezza di Antonio Logli, possibilità che il gup aveva impedito con la sentenza di proscioglimento, impugnata dall'accusa, di cui la Cassazione ha accolto giustamente la tesi. Un altro giudice dell'udienza preliminare dovrà ora rivalutare se rinviare oppure no l'indagato a giudizio della Corte d'Assise.

bossetti3“Sì, vidi Yara vicino al cimitero con un uomo e lo riconosco in quest’aula”: così una casalinga, indicando l’imputato Massimo Bossetti, ha ribadito in aula la testimonianza che aveva reso già da tempo ai carabinieri sulla vita di Yara Gambirasio, la ragazza assassinata nel Bergamasco. Quanto emerso dal racconto è definito improbabile dai familiari di Yara e impossibile secondo la difesa di Bossetti, la quale sostiene che l’uomo nel giorno e nell’ora indicati si trovava ben lontano da quel luogo. Ecco perciò un altro rebus nel tormentato processo, con ripetuti momenti del dibattimento anche aspri per il serrato confronto fra le parti. La testimonianza sembra contraddire l’accusa, che l’ha voluta, avendo sempre sostenuto invece che Bossetti avesse preso di mira la ragazza senza che fra i due ci fosse anche un minimo rapporto di conoscenza, come confermerebbero peraltro gli accertamenti compiuti su telefoni cellulari e computer di entrambi.
La teste è Alma Azzolin e il cognome ricorda una scrittrice di nome Giliana, del 1947, che nel 2005 pubblicò il libro “I mari della luna: la metamorfosi dell’anima”, introdotto con le parole “come mettere un velo sulla brutalità della morte e poi sollevarlo per vederne la luce e coglierne la bellezza”. Angeli e viaggi astrali sono gli ingredienti delle fantastiche visioni raccontate nel libro.
Alma Azzolin, invece, restando sulla terra, sarebbe riuscita a fissare nella mente, per poi ricordarli a distanza di tempo, particolari rilevanti delle caratteristiche somatiche delle due persone, cioè gli occhi di Bossetti, nonché la protesi dentaria e la maglietta di Yara. Tutto, però, riguarda un episodio al quale avrebbe assistito di sfuggita, mentre era intenta a cercare un bagno per un bisogno improvviso.

alfanoIl richiamo dell’on. Angelino Alfano ai Comuni per far lavorare gratis gli immigrati, in base a una sua sorprendente circolare dell’1 dicembre 2014, sta suscitando aspre e giustificate polemiche. Pretendere che alcuno presti senza compenso la propria attività “significherebbe - secondo Panorama - violare una norma effettiva, reale, quella che prevede che qualsiasi lavoro subordinato debba essere retribuito”. Non vengono risparmiate schermaglie fra il leader della Lega Matteo Salvini (che definisce il ministro dell’Interno “da scafista a schiavista”) e lo stesso Alfano (che replica al primo apostrofandolo “ignorante, fuoricorso”).

I centri accoglienza continuano a essere intasati con varie giustificazioni prevalentemente in Sicilia, dove sugli sbarchi degli immigrati si alimentano mangiatoie sulle quali sono in corso procedimenti da parte della magistratura.

Poveri diseredati, da Pavia a Ragusa, continuano a essere utilizzati come schiavi nelle campagne, senza che alcuno se ne occupi seriamente e con effetti disastrosi sugli operai italiani in cerca disperatamente di lavoro. L’on. Alfano dovrebbe disporre una volta per tutte con serietà perché siano stroncati gli schiavisti, emettendo le opportune circolari che impegnino in tal senso tutte le forze dell’ordine. Faccia lavorare piuttosto il personale del Ministero, che commette continuamente reati omettendo di rispondere entro i termini di legge ai ricorsi gerarchici dei cittadini, invece di legittimare uno sfruttamento degli immigrati non solo da parte delle cosche ma anche da parte della pubblica amministrazione.

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Stasera alle 20 Matteo Torrioli parla del libro "Yara, orrori e depistaggi" e intervista l'autore Salvo Bella a "Legge o giustizia" su Radio Cusano Campus (89.100 fm a Roma e nel Lazio, streaming su www.radiocusanocampus.it/podcast/?prog=695).

bossetti 2Massimo Bossetti è l’assassino di Yara Gambirasio anche per il gup di Bergamo Ciro Iacomino, che ha deciso oggi rapidamente il rinvio a giudizio in una udienza preliminare alla quale era presente lo stesso indagato. Bossetti dovrà comparire il 3 luglio davanti alla Corte d’Assise per rispondere di omicidio aggravato dalle sevizie e crudeltà, dalla minorata difesa della vittima, e di calunnia, come chiesto dall’accusa, sostenuta dal pm Letizia Ruggeri.

Il giudice ha sbarazzato subito il campo dalle eccezioni e richieste sollevate dai difensori di Bossetti: la nullità del capo di imputazione in quanto presentava un doppio luogo di commissione del delitto, Brembate di Sopra e Chignolo d'Isola; e la nullità o l'inutilizzabilità degli accertamenti biologici sulle tracce di dna rinvenute sugli indumenti di Yara e attribuite all’indagato, perché compiuti dal Ris con lo strumento della delega di indagine e non, invece, con l'avviso alle parti.

La celerità della decisione e della data per il prossimo processo appaiono da un lato encomiabili in un Paese la cui giustizia è estremamente lenta; ma da un altro lato suscita qualche perplessità per il diniego di accertamenti più approfonditi sulle controversie scientifiche insorte a proposito di quella che viene ritenuta dall’accusa la “prova regina” contro il muratore di Mapello, cioè il dna. Il giudice dell’udienza preliminare, peraltro, era chiamato in questa fase a giudicare che non ci fossero elementi tali da potere escludere la colpevolezza, che dovrà poi emergere eventualmente al dibattimento in Corte d’Assise.

Bossetti, com’è noto, continua a protestarsi dal carcere innocente e sono state respinte tutte le sue richieste di remissione in libertà o assegnazione ai domiciliari.  

Buoninconti

Trent'anni di carcere: questa è la condanna che il giudice Roberto Amerio ha inflitto ad Asti in primo grado a Michele Buoninconti per l'uccisione della moglie Elena Ceste e l'occultamento del suo cadavere. Il tribunale non ha avuto dunque dubbi sulla colpevolezza del vigile del fuoco, che fino all’ultimo ha respinto le accuse, sintetizzando la sua difesa in cinque fogli letti in aula poco prima della sentenza: "Signor giudice - ha detto - io mi trovo davanti a lei senza un motivo vero, non c'è alcuna certezza che mia moglie sia stata uccisa e la procura non può provarlo, né ora, né mai, semplicemente perché non è accaduto. Ci vogliono le prove per condannare un uomo e la procura non le ha perché non esistono, non si può trasformare a piacimento un innocente in un colpevole, tra l'altro, di un omicidio che non c'è stato".

La sentenza ha accolto invece pienamente le conclusioni del pm Laura Deodato: aveva chiesto l’ergastolo, ridotto a 30 anni per il rito abbreviato.

Elena Ceste aveva 37 anni quando sparì dalla sua casa di Costigliole d’Asti la mattina del 24 gennaio 2014. Solo il 18 ottobre il suo cadavere fu scoperto a poche centinaia di metri dall’abitazione, nascosto in un canale. Il marito Michele Buoninconti aveva indirizzato sospetti su alcuni conoscenti e raccontato che la donna soffriva negli ultimi tempi di allucinazioni, convinta di essere perseguitata. Il 29 gennaio 2015 l’uomo è stato arrestato dai carabinieri a conclusione di laboriose indagini, condotte con scrupolo: gli accertamenti sul suo telefono hanno rivelato che si trovava nei pressi del canale poco dopo la sparizione della moglie e che sui suoi abiti erano rimaste tracce della fanghiglia schizzata al momento di scaraventare il corpo nel fossato. L’accusa ha sostenuto che l’uomo ha strangolato la moglie “avendo agito con premeditazione rappresentata dall’avere programmato e pianificato il delitto con perdurante volontà omicida, frutto di ferma e irrevocabile risoluzione criminosa”.

Claudio Giardiello, l'imprenditore che giovedì ha compiuto la strage al tribunale di Milano, era un uomo disperato: passando da una disavventura economica all'altra, aveva visto disgregarsi la sua famiglia, fallire la sua più importante impresa, sequestrare i suoi beni. Non aveva più nulla da perdere. Quando si determinano situazioni del genere è possibile che saltino anche gli equilibri mentali e che si diventi pericolosi per sé e per gli altri. Ma, mentre si discute sconcertati e allarmati di come sia stato possibile che un uomo entrasse armato al tribunale di Milano senza che alcuno se ne accorgesse, spargesse morte e si allontanasse quasi tranquillamente, si scopre che la sicurezza agli ingressi del palazzo di giustizia di Milano è affidata, grazie a un appalto milionario, a vigilantes disarmati, il cui compito potrebbe essere svolto con costi assai inferiori da semplici portieri.

Chi dovrebbe fermare i malintenzionati è disarmato, ma si lascia invece con grande leggerezza che un uomo in dissesto finanziario e psicologico possa continuare a detenere e portare legalmente un'arma, sebbene per uso di tiro a segno, e addirittura una pistola calibro 9,65 mm, in un modello che, tanto per capire, solo da pochi anni è ritenuto arma comune e non da guerra, pur essendo identica a quella in dotazione in Italia a carabinieri e polizia. Secondo quanto riportano alcuni quotidiani, proprio i carabinieri avevano consigliato di rivedere l’assegnazione a Claudio Giardiello dei permessi rilasciati dal 2011, che nessuno ha mai pensato tuttavia di ritirargli: il parere, peraltro non vincolante, fu infatti sorprendentemente ignorato, non si sa in base a quali valutazioni; i giornali scrivono da parte della prefettura, ma verosilmente dalla questura, che ha la competenza in materia di armi per uso sportivo.

Mandato via da Roma, in quattro e quattr’otto e senza complimenti, il sindaco Ignazio Marino, può riaffiorare la speranza di una riscossa per la Capitale? Il Pd ha cercato inutilmente di dare a intendere che il primo cittadino fosse la causa di tutti i mali e che sostituirlo con un rispettabilissimo prefetto possa essere il toccasana; ma continua a non muovere un dito per sbattere fuori i delinquenti che si annidano indisturbati nei partiti, dal parlamento alle amministrazioni locali.

Si gridava allo scandalo quando molti anni fa Umberto Bossi definiva Roma ladrona: lo faceva con la sfacciata sicumera che fosse tutto limpido invece in Lombardia, dove pure si rubava senza ritegno e le associazioni mafiose estendevano i gangli nelle pubbliche amministrazioni; eppure Bossi nel dire Roma non sbagliava a puntare il dito su un bubbone colossale di malaffare che tutti si sono ostinati a negare come tutti hanno negato per decenni che la mafia a Milano esisteva. Nascondere il male è un principio del malaffare, negarne l’esistenza è una prassi che fa comodo a chi sta al potere, per non allarmare l’opinione pubblica e mantenerne o conquistarne il consenso.

“L’atteggiamento del Pd, del primo partito d’Italia e del governo verso Roma mi terrorizza. Hanno lasciato che la nave madre andasse allo sbando girandosi dall’altra parte” ha detto a “Il fatto quotidiano” l’attore Claudio Amendola. Non è stato un solo partito a chiudere gli occhi, ma il caso Marino è scandaloso soprattutto perché il sindaco di Roma era stato scelto proprio dal Pd, che gli aveva dato assessori e poi anche una sorta di benedizione dopo il colpo di “mafia Capitale”. Questa vicenda giudiziaria e politica ha messo a nudo il fango nel Pd e in altri partiti, ai quali non poteva sfuggire che da quel momento avrebbero avuto vita difficile i malfattori abituati a guazzare allegramente fra appalti e tangenti, un mondo di potere che Ignazio Marino aveva osato in qualche modo sfidare, incurante delle conseguenze alle quali poi sarebbe andato, ed è andato, incontro. Ancora più scandaloso è stato, perciò, il siluramento di Marino da parte del Pd.

Ai problemi della corruzione è direttamente legato lo sfascio della Capitale, che ha superato qualsiasi livello di sopportabilità, e la speranza di un riscatto può venire solamente dalle scelte coraggiose che i romani faranno alle prossime elezioni.

   

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