Arriva la comunicazione temuta da mesi dai lavoratori dell’ex Ilva. Acciaierie d’Italia ha avviato la procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà 1100 dipendenti tra gli stabilimenti di Taranto e Genova. L’annuncio ha scatenato la dura reazione dei sindacati, con l’Unione Sindacale di Base che parla di “cronaca di una morte annunciata” per il più grande polo siderurgico d’Europa.
I numeri della procedura di licenziamento
La società ha formalizzato l’avvio della procedura che porterà al taglio di oltre un migliaio di posti di lavoro. Il provvedimento colpisce principalmente lo stabilimento di Taranto, cuore produttivo dell’azienda, dove si concentra la maggior parte dei tagli previsti. Anche il sito di Genova sarà interessato dalla riduzione del personale, in un piano che l’azienda giustifica con la necessità di ristrutturare il gruppo in profonda crisi.
La decisione arriva dopo mesi di tensioni e incertezze sul futuro dello stabilimento pugliese. I lavoratori attendevano risposte concrete sugli investimenti e sul piano industriale, ma l’annuncio dei licenziamenti collettivi rappresenta il punto più basso di una crisi che si trascina da anni, tra vertenze ambientali, problemi finanziari e cambi di proprietà.
La denuncia dell’Unione Sindacale di Base
L’USB non usa mezzi termini nel commentare la notizia. Per il sindacato, quanto sta accadendo rappresenta l’epilogo prevedibile di una gestione fallimentare e dell’assenza di una politica industriale seria da parte del governo. “È la cronaca di una morte annunciata”, affermano i rappresentanti sindacali, sottolineando come le promesse di rilancio e gli impegni assunti negli anni si siano rivelati vuoti.
Il sindacato ricostruisce la vicenda ricordando le numerose vertenze aperte, i ritardi negli investimenti ambientali e produttivi, le lunghe stagioni di cassa integrazione che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Per l’USB, i licenziamenti rappresentano il fallimento di un modello che ha sacrificato migliaia di lavoratori e le loro famiglie sull’altare di interessi privati, senza una vera visione strategica per il settore siderurgico nazionale.
Un polo industriale strategico in bilico
L’ex Ilva di Taranto rappresenta da decenni un pilastro dell’industria siderurgica italiana ed europea. Lo stabilimento, tra i più grandi del continente, ha una capacità produttiva teorica di oltre sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno. La sua importanza va oltre i confini locali: dalla produzione tarantina dipendono intere filiere industriali, dall’automotive alla cantieristica.
Il sito occupa direttamente diverse migliaia di lavoratori, ma l’indotto è vastissimo. Secondo le stime sindacali, ogni posto di lavoro diretto nell’acciaieria genera almeno altri tre posti nell’indotto. I licenziamenti annunciati rischiano quindi di avere un effetto domino devastante sull’economia locale e regionale, in un territorio già provato da anni di crisi e dove le alternative occupazionali sono limitate.
La lunga crisi dello stabilimento pugliese
La vicenda dell’ex Ilva si trascina da oltre un decennio. Il sequestro di parte degli impianti nel 2012 per gravi problemi ambientali ha segnato l’inizio di una crisi mai risolta. Negli anni successivi si sono susseguiti commissariamenti, cambi di proprietà, piani industriali mai completati e vertenze legali infinite.
L’arrivo di Arcelor Mittal nel 2018 aveva suscitato speranze di rilancio, ma il gruppo franco-indiano ha progressivamente ridotto l’impegno, lamentando difficoltà operative e chiedendo ripetutamente modifiche agli accordi iniziali. La costituzione di Acciaierie d’Italia, con la partecipazione pubblica attraverso Invitalia, doveva rappresentare una svolta, ma i risultati produttivi e finanziari sono rimasti lontani dagli obiettivi.
Nel frattempo, gli impianti hanno continuato a invecchiare, gli investimenti per l’ambientalizzazione sono proceduti a rilento e la produzione è calata drasticamente rispetto ai livelli storici. I lavoratori hanno vissuto lunghi periodi di cassa integrazione, mentre il territorio continuava a pagare un prezzo altissimo in termini ambientali e sanitari.
Le conseguenze per Taranto e l’indotto
Per la città di Taranto, i licenziamenti rappresentano un ulteriore colpo durissimo. L’economia locale ruota da sempre attorno all’acciaieria, e la prospettiva di perdere altri posti di lavoro alimenta timori per la tenuta sociale del territorio. Le piccole e medie imprese dell’indotto, già in difficoltà per i bassi livelli produttivi dello stabilimento, rischiano di trovarsi in una situazione insostenibile.
I sindacati denunciano l’assenza di ammortizzatori sociali adeguati e di progetti di riconversione credibili. Migliaia di famiglie si trovano di fronte all’incertezza totale, in un contesto dove le prospettive occupazionali alternative sono scarse. Il rischio è quello di un impoverimento generalizzato e di un ulteriore esodo, soprattutto delle fasce più giovani della popolazione.
Le reazioni politiche e il ruolo del governo
L’annuncio dei licenziamenti ha provocato reazioni trasversali nel mondo politico, con amministratori locali, parlamentari pugliesi e rappresentanti di varie forze che chiedono interventi urgenti. Resta però la domanda su quali siano le reali intenzioni dell’esecutivo rispetto a una crisi che si trascina da troppo tempo senza una soluzione strutturale.
Il nodo centrale resta quello degli investimenti necessari per modernizzare gli impianti e renderli compatibili con le normative ambientali, garantendo al tempo stesso livelli produttivi adeguati. Si parla di miliardi di euro necessari, che né i privati né lo Stato sembrano finora disposti a mettere sul piatto in modo definitivo.
Cosa succede adesso
Con l’avvio della procedura di licenziamento collettivo si apre formalmente una fase di consultazione sindacale. Le organizzazioni dei lavoratori hanno già annunciato la massima mobilitazione per contrastare i tagli e chiedere garanzie per il futuro dello stabilimento. Sono previste assemblee, manifestazioni e possibili forme di protesta più dure nelle prossime settimane.
La partita si giocherà anche sul piano politico e istituzionale, con il coinvolgimento del Ministero delle Imprese e del Made in Italy e degli enti locali. Resta da vedere se emergerà una strategia credibile per salvare ciò che resta del polo siderurgico o se, come teme l’USB, si assisterà alla liquidazione definitiva di un patrimonio industriale e occupazionale strategico per il Paese.
Redazione — Il Delitto
