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mario ciancioIl sequestro del quotidiano “La Sicilia” di Catania eseguito oggi dai carabinieri su provvedimento della magistratura è una svolta eclatante, ma per nulla curiosa, nella storia controversa di un giornale che nel bene e nel male dal 1945 ha gestito nell’isola l’informazione in condizioni di incontrastato monopolio. Negli anni novanta il potente direttore-editore, Mario Ciancio, la dava anche vinta alla mafia limitando la libertà di informazione.

Il clima che respiravamo i cronisti di nera era inquietante. Pochi minuti dopo l’uccisione di Giuseppe Fava, la sera del 5 gennaio 1984, c’erano state oscure frenesie per prendere il delitto sottogamba e avvalorare subito l’ipotesi che il giornalista fosse stato assassinato per questioni di donne. Seguirono tentativi di depistaggio senza pudore e “scoop” che avevano solo l’effetto di bruciare testimoni importanti. Ma c’era di più: una indagine dei carabinieri permise anche infatti di scoprire che Fava era stato seguito dalla sede del suo giornale al luogo dell’agguato – davanti al Teatro Stabile – da un’auto risultata di proprietà del cronista che fu incaricato di scrivere i servizi sul delitto.

Polizia anticrimineVENEZIA - Il direttore della rivista online “Il delitto”, Salvo Bella, è stato interrogato dall’Anticrimine della Polizia di Stato su minacce e ingiurie a magistrati da parte di sostenitori di Massimo Bossetti, il muratore del Bergamasco condannato all’ergastolo per l’uccisione di Yara Gambirasio e in attesa del processo in Cassazione, fissato per il 12 ottobre.

Le indagini di polizia sono state disposte dalla Procura della repubblica di Venezia in un procedimento scaturito da un articolo del giornalista Salvo Bella pubblicato il 7 novembre 2017: una sorta di dossier con la raccolta di testi e immagini apparsi in gruppi e pagine di Facebook contro magistrati e in particolar modo contro il pm Letizia Ruggeri di Bergamo, alla quale, com’è noto, si devono l’identificazione e l’arresto del presunto assassino di Yara Gambirasio.

Nel corso dell’interrogatorio di Bella, sentito come persona informata sui fatti, sono stati acquisiti ulteriori documenti e nell’indagine è entrato anche il libro di un altro giornalista, “Social crime - Yara Gambirasio e Massimo Bossetti nei gruppi di Facebook” di Tommaso Accomanno, pubblicato a giugno.

Agostino De PasqualeUn appuntato dei carabinieri, Agostino De Pasquale, 64 anni, il 13 settembre farà una sorta di marcia su Roma, a capo di una “carovana della giustizia” promossa, con molti seguaci, in varie pagine di Facebook. Entrato nell’Arma il 2 maggio 1973, De Pasquale, siciliano di Marsala, per il ministero della Difesa è arruolato dal 5 febbraio 1987. Non ha portato ancora ad alcun  risultato la battaglia che ha intrapreso da anni con esposti, ricorsi e richieste di essere ricevuto dalle più alte cariche dello Stato; da qui l’in solita iniziativa della “carovana” per chiedere giustizia.

La questione ha un antefatto nel servizio che alcuni decenni fa De Pasquale svolgeva alla Banca d’Italia di Trapani. Nel corso di quella attività scoprì delle anomalie nella gestione dei servizi di sicurezza e denunciò un superiore. Da quel momento incorse in vari procedimenti disciplinari, seguiti anche da un processo, dal quale uscì assolto.

Ritenendosi in vari modi perseguitato, Agostino De Pasquale si congedò dall’Arma. A questioni concluse per lui con vittoria, chiese di essere riammesso in servizio, cosa che avvenne nel 2011. Ma, per un intreccio di norme farraginose, viene considerato in busta paga come un militare arruolato da 20 anni.

Matteo SalviniC’è l’altolà di un Pm alla politica nella decisione di indagare il ministro degli Interni per aver trattenuto gli emigranti a Catania sulla nave Diciotti. Matteo Salvini ha ragione di dire che se ne impipa, essendo evidente, per la maggioranza degli italiani, che la difesa dei confini, dell’onore e della sicurezza nazionale non può essere confusa con i comportamenti delittuosi.

Il sistema giustizia è talmente sfasciato che il Procuratore della repubblica di Agrigento fa ridere quando si aggrappa all’obbligatorietà dell’azione penale, un concetto che sistematicamente viene ignorato, calpestato in modo scandaloso a uso e consumo o per ricerca di notorietà, resuscitato persino andando a contare quante volte e con chi Silvio Berlusconi fottesse a casa sua. Nei palazzi di giustizia le denunce dei cittadini restano lettera morta se non fanno notizia, non passa per la testa ad alcuno di procedere, non si dispone nemmeno una mollica di indagini.

In questa situazione l’opinione pubblica non si meraviglia più di nulla, essendo vieppiù sconcertata da un  andazzo di sfascio che negli ultimi decenni non ha risparmiato, con la giustizia, istruzione, lavoro, sanità, sicurezza.

Al porto di Catania s’è potuto anche assistere al degrado scellerato dell’autorità dinanzi a ciurme di facinorosi che si sono scatenate via terra e via mare contro le forze dell’ordine. Non dubito che la magistratura competente procederà. Turba tuttavia la curiosa solerzia nei confronti del ministro Salvini, con una procedura speditissima del tutto inedita, mai attuata contro clandestini che delinquono e stuprano le donne anche tra la folla.

L’esigenza di tenere salvo il diritto va salvaguardata anche se da mettere sotto indagine ci sia un ministro; ma c’è un discrimine che il magistrato non dovrebbe mai ignorare: il buonsenso. Se viene meno, è una sconfitta.

Ospedale Legnano“Se non c’è un genitore non accettiamo il ragazzo”: al pronto soccorso una infermiera ha chiamato ieri a Legnano la polizia perché un ragazzo ferito era stato accompagnato dai nonni senza una delega scritta del padre o della madre. In passato il primario pediatra dell’ospedale, poi arrestato e morto suicida, abusava delle piccole pazienti ma il personale era così preso dal lavoro da non accorgersene; ora siamo di fronte allo zelo estremo di chi si avventura invece in questioni dottrinarie, venendo meno all’obbligo indiscutibile di effettuare una visita.

Edoardo F. C., dieci anni, si è presentato alle 22 accompagnato dalla nonna materna, zoppicante per un trauma con ferita riportato accidentalmente a un piede. Al triage l’infermiera richiedeva i documenti di entrambi e dopo averli ottenuti obiettava che senza la presenza di un genitore o sua delega non avrebbe potuto ammettere il ragazzo. Ne è derivata al banco una lunga discussione, con la nonna a spiegare che il nipotino le era stato affidato temporaneamente dalla madre, in quel momento oltreoceano per motivi professionali.

Dopo una decina di minuti è sopraggiunto un uomo, che frattanto era stato intento a trovare uno spazio per parcheggiare l’auto, quella stessa con la quale aveva accompagnato il ragazzo. Indicato poi come “il signore con la barba lunga”, ha fatto capire di essere il nonno; ma nessuno sapeva che invece di un poveretto ignorante era il giornalista Salvo Bella, nostro direttore. Ecco il suo racconto.

amazon libroAdesso anche Fido legge e si appassiona alla cronaca nera: un libro del giornalista Tommaso Accomanno sul caso di Yara Gambirasio e Massimo Bossetti ("Social Crime"), acquistato attraverso Amazon, non solo è arrivato tempestivamente, ma per non perdere tempo è stato consegnato proprio a un cane, dal quale poi è giunto al destinatario vicino di casa. Non si sa ancora come abbia fatto il quadrupede a firmare la raccomandata, che era affidata a Poste Italiane.

Il fatto straordinario è accaduto a Forio in provincia di Napoli.

CassazioneSono sgualdrine, scagnozzi fanatici di qualche guru più o meno palese a minacciare chi, invece di insultare la magistratura, considera ineccepibili, rigorose e chiarissime le sentenze di condanna di Massimo Bossetti all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. Girano, fanno comunella e rigirano, attaccano anonimamente, bloccano su Facebook con segnalazioni massive fasulle, diffondono immagini con cappi al collo invitando a uccidere, controllano telefono, abitazione e spostamenti di chi non fa da scendiletto; istigano ad impiccare ad alberi magistrati che hanno sostenuto l’accusa o hanno emesso sentenza; contattano direttamente “consigliando” di stare attenti.

img trib2Il giornalista Salvo Bella ha presentato querela contro un avvocato, che gli avrebbe inviato ieri messaggi intimidatori dopo che un suo articolo sui processi a Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio e ora in attesa della sentenza di Cassazione, ha fatto scaturire a Venezia un procedimento per minacce di morte a magistrati, nel quale è testimone.

L’articolo era stato pubblicato dalla nostra rivista e da pochi giorni era trapelata sulla stampa la notizia delle indagini da parte dell’autorità giudiziaria, in un crescendo di attacchi nei gruppi Facebook da parte di sostenitori dell’innocenza di Massimo Bossetti.

Bella, che per decenni si è occupato di mafia da redattore del quotidiano “La Sicilia” di Catania, continua a essere minacciato di morte dall’inizio del 2014, quando è stato pubblicato il suo libro “Yara, orrori e depistaggi”. Il caso Bossetti ha fatto registrare un’ondata di accanimenti contro molti giornalisti, come Carmelo Abbate di Panorama, il direttore del settimanale “Giallo” Andrea Biavardi, Giovanni Terzi de “Il Giornale” e Tommaso Accomanno, autore del libro “Social crime. Yara Gambirasio e Massimo Bossetti nei gruppi di Facebook”.

Solidarietà è stata espressa al direttore dalla nostra rivista, che continuerà a informare respingendo qualsiasi tentativo di imbavagliare.

Minacce al giornalista Salvo Bella

Facebook ha sospeso Salvo Bella, nostro direttore, per aver commentato con le semplici parole "Fresco fresco" un messaggio di minacce apparso sul social, dove era stato condiviso da oltre trecento utenti il suo articolo "Bossetti, bufera giudiziaria sui gruppi di Facebook". L'accaduto ha suscitato svariate reazioni nei gruppi, a cominciare da "Forconi e pecore", di cui Bella è amministratore.

Il giornalista è da anni bersaglio di minacce, ancora in corso, da parte di facinorosi sostenitori dell'innocenza di Massimo Bossetti, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio. Decine di persone sono indagate per minacce gravi e diffamazione. L'ondata di attacchi è ripresa in modo più violento in coincidenza con l'uscita, avvenuta oggi, del libro di Tommaso Accomanno "Social crime. Yara Gambirasio e Massimo Bossetti nei gruppi di Facebook", nel quale è pubblicata anche una intervista a Salvo Bella.

La reazione del giornalista non si è fatta attendere: "Facebook - dice - invece di censurare professionisti minacciati farebbe bene a espellere dal social i delinquenti che vi imperversano. Mi auguro che valutino bene il grave errore commesso, che fa solo ringaluzzire dei malfattori".

 

 

Claudio Salvagni“Attenzione. Chi di spada ferisce di spada perisce”: non avrei immaginato che un messaggio truculento del genere potesse essere rivolto a un giornalista da un avvocato che difende Massimo Bossetti, condannato finora all’ergastolo per l’uccisione di Yara Gambirasio. Eppure ho avuto la ventura di riceverlo la notte scorsa dall’avv. Claudio Salvagni: una chicca, una perla; si aggiunge infatti alla rievocazione della calibro 38 che nel 2015 il legale aveva voglia di usare contro la criminologa Roberta Bruzzone e i miei colleghi Andrea Biavardi, direttore del settimanale “Giallo”, e Giovanni Terzi de “Il Giornale”.

Sono innumerevoli gli attacchi contro chi osa non sostenere l’innocenza di Massimo Bossetti: un fenomeno che in Italia non era mai accaduto per altri casi, tanto da finire oggetto di studio di Tommaso Accomanno nel libro “Social crime. Yara Gambirasio e Massimo Bossetti nei gruppi di Facebook”.

Oltre ogni limite della decenza

Il 7 ottobre 2017 aveva stupito che, incurante delle tensioni che sarebbero potute scaturite contro i Corpi giudiziari, l’avv. Claudio Salvagni davanti alla stazione di Bergamo si fosse messo in testa a un corteo che invocava “Bossetti libero”, gridando al megafono contro "le ingiustizie processuali subite dal carpentiere di Mapello". Più sorprendente ancora è stato il fatto che ideatore della manifestazione era notoriamente un pregiudicato, in un clima che su Facebook ha fatto registrare anche minacce di morte al sostituto procuratore Letizia Ruggeri e alla presidente della Corte d’Assise di Bergamo Antonella Bertoja, nonché al presidente della Corte d’Assise d’appello di Brescia Enrico Fischetti.

Il giornalista, testimone volontario o involontario di fatti appresi nell’esercizio della professione, ha non solo il diritto ma anche l’obbligo di riferirne puntualmente al pubblico esprimendo le proprie considerazioni. Che ciò possa dispiacere all’avv. Salvagni è immaginabile; che egli invece mi annunci morte è ben oltre qualsiasi limite della decenza.

Il messaggio testuale “Si dedichi alle cose belle della vita Se sa cosa sono Consiglio spassionato Le ho detto sto tropo penso salvo bella Addio” ha una carica intimidatoria sconcertante in coincidenza con evoluzioni di procedimenti penali in corso nei quali, come da indiscrezioni trapelate in questi giorni, sono coinvolto come persona informata sui fatti; guarda caso proprio a carico di soggetti con i quali il legale ha manifestato a Bergamo contro presunte ingiustizie processuali: uno show a dir poco di pessimo gusto, che aveva ben chiara l’aria della crociata contro le istituzioni, dalla parte di chi delinque anziché dello Stato.

Fra non molto il processo in Cassazione dirà delle sentenze di condanna di Bossetti all’ergastolo. Intanto però l’avv. Salvagni chiude il cerchio aggiungendo alla calibro 38 la spada, pensando di riuscire con le intimidazioni là dove ha fallito non avendo evitato l’ergastolo al presunto assassino di Yara Gambirasio.  

tribunale di bergamoReclusione da uno a sette anni: è quanto rischiano numerosi sostenitori dell’innocenza di Massimo Bossetti, il presunto assassino di Yara Gambirasio, per avere minacciato in gruppi di Facebook magistrati di Bergamo e Brescia impegnati, da pm o da giudici, nei processi a carico del muratore condannato attualmente all’ergastolo. Non si escludono provvedimenti cautelari. Le gravi minacce erano state denunciate il 7 novembre dell’anno scorso dalla rivista “Il Delitto” con l’articolo “Bossetti: un piano eversivo contro la magistratura tra gruppi di fans inguaiati con la giustizia”, dal quale è scaturito un procedimento d’ufficio.

Processi per diffamazione o minacce sono pendenti in tutta Italia: una bufera. Uno sarà celebrato il 4 luglio a Como, imputato l’avv. Claudio Salvagni, difensore di Bossetti, per aver detto nel 2015 “Mi viene voglia di usare la calibro 38” riferendosi alla nota criminologa Roberta Bruzzone e a redattori del settimanale “Giallo”.

I magistrati presi più di mira sconsideratamente e in modo ricorrente da facinorosi sono il pm Letizia Ruggeri e i giudici Antonella Bertoja ed Enrico Fischetti.

Le indagini in corso hanno portato, secondo quanto si apprende da fonti investigative, all’acquisizione di abbondante documentazione probatoria e all’identificazione degli autori dei messaggi farneticanti, alcuni dei quali già detenuti per altri motivi, anche con provvedimento definitivo.

Tommaso Accomanno "Social crime"Quasi ad alimentare le polemiche o ad offrire ulteriori elementi sulle minacce rivolte alla magistratura, esce oggi il libro di Tommaso Accomanno “Social crime – Yara Gambirasio e Massimo Bossetti nei gruppi di Facebook”, che analizza il fenomeno e pubblica ben 170 nomi, fra i quali quelli dei più accaniti “bossettiani” al centro delle inchieste giudiziarie in corso.

Massimo BossettiIl giornalista Tommaso Accomanno è finito al centro di un’ondata di intimidazioni per il suo libro “Social crime. Yara Gambirasio e Massimo Bossetti nei gruppi di Facebook”. A pochi giorni dalla pubblicazione, sedicenti innocentisti stanno attaccando l’autore, esercitando pressioni in pubblico e in privato anche per ritirare il libro e modificarne i contenuti. “Sono sereno - commenta Accomanno -  perché ho compiuto uno studio e offerto la più ampia e corretta informazione”.

Il libro - che sarà presentato sabato alle 17 all’Auditorium di Treviglio in provincia di Bergamo - è, con alcuni aggiornamenti, la tesi di laurea discussa dall’autore all’Università La Sapienza di Roma e consiste in uno studio accurato sull’evoluzione di metodi e mezzi dell’informazione in Italia, vista attraverso il caso Gambirasio-Bossetti. Riporta anche fedelmente ampie dichiarazioni raccolte da Accomanno attraverso interviste concessegli da amministratori di gruppi innocentisti e colpevolisti nei quali si era iscritto alla luce del sole con questo scopo dichiarato.

Tommaso Accomanno "Social crime"Alla casa editrice Gruppo Edicom si dicono “stupìti di alcune affermazioni diffamatorie e intimidatrici per il libro di Tommaso Accomanno”. In un post è stato scritto che il libro avrebbe “lo scopo di lucrare su una tragedia in corso”. In una nota l’editore replica: “Non meritano alcuna considerazione questi insulti di persone che non hanno nemmeno letto il libro e non sanno di che parlano, altrimenti non potrebbero che esprimere grande apprezzamento per il lavoro sereno di documentazione che abbiamo offerto. Alcune delle 200 pagine, in gran parte analitiche e statistiche, sono dedicate a minacce e insulti rivolti a magistrati da sedicenti innocentisti, fatti per i quali sono in corso tuttora procedimenti penali per minacce a corpi giudiziari; per questo gli interessati dicono no al libro, adducendo pretestuosamente che le interviste non andassero pubblicate. Respingiamo ogni tentativo di mettere il bavaglio e tuteleremo in ogni sede giudiziaria il diritto all’informazione”.

Non è la prima volta che un libro sul caso criminale di Brembate suscita aspre polemiche. Un altro giornalista, Salvo Bella, continua a essere minacciato per il suo libro “Yara, orrori e depistaggi”, pubblicato dallo stesso editore nel febbraio 2014, alcuni mesi prima dell’arresto di Massimo Bossetti.

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Commenti, cronache, indagini improvvisate e scontri nei gruppi di Facebook sull'omicidio di Yara Gambirasio e i processi a Massimo Bossetti: in un libro di Tommaso Accomanno, in uscita da Gruppo Edicom dal 7 giugno, svelato e analizzato l'acceso dibattito su uno dei casi criminali più discussi in Italia. In quasi duecento pagine ricorrono, in un elenco di ben centosettanta, i nomi dei principali protagonisti di un fenomeno mediatico senza precedenti, che ha modificato il modo di fare giornalismo, scatenando polemiche aspre. Mentre si fa, nel libro, il punto su ciò che è accaduto, i gruppi pubblici e segreti preparano nuove cartucce pro e contro Massimo Bossetti, che, dopo essere stato condannato all'ergastolo in primo e in secondo grado, attende a ottobre il processo in Cassazione.

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Massimo BossettiL’omicidio di Yara Gambirasio e il caso di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per il delitto, saranno al centro di un dibattito sabato alle 17 all’Auditorium di Treviglio in provincia di Bergamo, dove sarà presentato il libro del giornalista Tommaso Accomanno “Social Crime. Yara Gambirasio e Massimo Bossetti nei gruppi di Facebook”, appena pubblicato da Gruppo Edicom.

Accomanno ha scrutato nei gruppi di Facebook, pubblici e segreti, pro e contro Massimo Bossetti, il muratore che com’è noto è stato arrestato nell’estate del 2014 ma continua a protestarsi innocente nonostante le due sentenze che lo considerano l’unico assassino di Yara.

Tommaso AccomannoIl libro contiene una accurata analisi delle modalità e dei toni con i quali il caso è stato trattato sul social e offre anche le spiegazioni dei protagonisti dei vari gruppi, attraverso una serie di interviste. In “Social Crime”, unico nel suo genere, sono citati ben 170 nomi e raccolti documenti sulle minacce che sono state rivolte a magistrati e giornalisti impegnati nei processi sull’omicidio.

Nell’incontro di Treviglio, organizzato da Bangherang e introdotto dall’assessore alla Cultura  Giuseppe Pezzoni, converseranno con Tommaso Accomanno i giornalisti Pietro Tosca e Salvo Bella, autore del libro “Yara, orrori e depistaggi”.

   

News  

I libri su Yara

Libri di Salvo Bella e Tommaso Accomanno
sul caso Yara Gambirasio e Massimo Bossetti.
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