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Salvo BellaNel 2014 poco ci mancava che l’assassino di Yara Gambirasio (sparita il 26 novembre 2010, morta non si sa dove e poi trovata cadavere a Chignolo d'Isola) fossi io, per il semplice fatto di avere scritto sull’orrendo delitto il libro “Yara, orrori e depistaggi” (Gruppo Edicom), che mi ha procurato oscure minacce e un accanimento da parte di apparati dello Stato. Mi hanno tenuto col fiato sospeso oscure indagini del Commissariato di Polizia di Legnano che avevano preso una brutta china e chissà a quali mostruosità avrebbero potuto portare. Ma la Corte d’Assise di Bergamo ha sentenziato quest’anno che a uccidere Yara è stato il muratore Massimo Giuseppe Bossetti e l’ha condannato all’ergastolo.

Il libro, uscito nel mese di febbraio 2014, è una analisi delle modalità di svolgimento delle indagini nella prima fase, quella immediatamente successiva alla sparizione misteriosa di Yara nell’ora in cui stava per allontanarsi, a Brembate di Sopra, dal centro sportivo nel quale s’era intrattenuta. La puntuale cronistoria di un delitto e dell’attività degli inquirenti rientra nei compiti, e  pure nei doveri, dei giornalisti; né poteva essere ignorata da un professionista come me ultradecano della “nera”, che mi sono occupato di svariate migliaia di delitti, molti di mafia, con i criteri che si usavano una volta, cioè radiografando gli elementi per farli emergere in tutta la loro crudezza e soprattutto senza paraocchi, autocensure o genuflessioni a potenti.

Nemmeno i capimafia mi avevano diffamato

Sono diritti e doveri che in terra insanguinata come la Sicilia mi riconobbero anche i capimafia, che pure avevano voluto più volte la mia testa; e almeno non mi diffamarono.

Ma nel caso di Yara la questione è stata diversa; e le cose sono andate in un modo che io, vecchio cronista, non avrei potuto immaginare.

Cronaca Vera, numero in edicola

La rivista “Il delitto” (www.ildelitto.it) di politica, cronaca, prevenzione e repressione del crimine è stata oscurata fino alle ore 8,40 di stamani subito dopo la pubblicazione dell’articolo del giurista Arles Calabrò Yara e il Dna: fra regole ed eccezioni, permane il sospetto che Massimo Bossetti sia stato incastrato da qualcuno. Anche il 13 ottobre “Il delitto” era stato reso irraggiungibile subito dopo la pubblicazione dell’intervista al giudice Gennaro Francione e al biologo e genetista forense Eugenio D’Orio nell’articolo Inutilizzabili contro Bossetti le tracce di Dna. “No ai processi indiziari: Voltaire si rivolta nella tomba!”. Oggi appare perciò più evidente il sospetto dell’intromissione di qualche oscura mano. La società Shellrent Srl di Vicenza, che cura l’hosting del sito, allora come adesso informata, non ha fornito alcuna spiegazione. Deficienze tecniche, pirateria, sabotaggio, intimidazione? In attesa di far luce su tali oscuri attacchi, che pregiudicano o impediscono la diffusione di pubblicazioni in regola con le leggi, "Il delitto" assicura lettori, amici e collaboratori che intende tutelare in tutte le sedi il diritto all’informazione ricercando liberamente verità, anche le più scomode, sui delitti.

ALLE ORE 9,38 LA SOCIETA' SHELLRENT HA FORNITO, SENZA ALTRE SPIEGAZIONI, QUESTA RISPOSTA ESILARANTE: "Attualmente il sito ci risulta correttamente funzionante, la preghiamo di verificare nuovamente tramite modalità in incognito il tutto". Da un incognito all'altro non c'è da stare allegri.

Massimo BossettiNon conosco approfonditamente le teorie e le ipotesi avanzate dal collegio difensivo, ma io, personalmente, ho, purtroppo, il forte sospetto che Massimo Giuseppe Bossetti sia stato incastrato da qualcuno.

Non mi si venga a chiedere da chi, perché, come e quando. Non lo so, ovviamente, e non è compito mio accertarlo. Potrebbe essere stato chiunque, e io spero solo che gli inquirenti, i quali, come è noto, si sono resi protagonisti di una lodevole e complessa attività di indagine, valutino, quanto prima, l’opportunità di considerare seriamente anche questo ulteriore scenario alternativo.

Daniele Ughetto Piampaschet

La storia di Daniele Ughetto Piampaschet è davvero straordinaria. Una metafora uroborica di quello che è la sentenza stessa su base indiziaria: un romanzo scritto talmente bene che i cerchi si chiudono con la condanna di un soggetto, indipendentemente se sia colpevole o innocente. Dalla condanna del romanzo di Piampaschet, poi assolto in un ghirigoro processuale (ancora da definirsi) alla maniera del processo Meredith, passiamo scivolando sul serpente che si morde la coda alla condanna di un intero sistema processuale, letterariamente fondato su indizi e non su prove rigorosissime come il neo processo popperiano richiederebbe (leggere Inutilizzabili contro Bossetti le tracce di Dna).

La ricerca degli autori di delitti è molto più complicata di quanto vogliono farci credere. In tale prospettiva il processo indiziario ha la comoda funzione di chiudere falle ineliminabili, col rischio di mettere dentro innocenti.

Ho provato a sollevare vanamente questione d’incostituzionalità del processo indiziario (art. 192, 2° co. c.p.p.) e oggi invito avvocati e magistrati a riproporre la questione dopo l’introduzione della formula del ragionevole dubbio. Ogni processo indiziario per sua natura crea ragionevoli dubbi. I processi vanno fatti per essere sicuri di una giustizia giusta solo per prove fortissime.

Ma torniamo a Piampaschet e ricostruiamone la storia più che mai incredibile ma illuminante sul come nel processo indiziario si peschi dappertutto pur di affermare come vera quella che è solo una congettura.

Giarre rosario crocetta beatrice lorenzin

La popolazione della fascia jonica siciliana si sta mobilitando per protestare contro la chiusura, avvenuta l’anno scorso, del posto di pronto soccorso a Giarre, un’offesa alla civiltà e un grave vulnus alle esigenze di tutela della salute pubblica che dev’essere garantita a ogni cittadino. Proprio nella piazza Duomo di Giarre, sulla statale 114 Catania-Messina, convergeranno i dimostranti lunedì 24 ottobre, dopo che il presidente della Regione Rosario Crocetta non ha mantenuto gli impegni per la riapertura presi più volte. Promotore della mobilitazione è un giarrese di spicco, Armando Cutuli, già presidente di Confcommercio e di Promozione e Sviluppo Giarre, che proprio al governatore ha inviato un messaggio chiarissimo: l’omissione del richiesto intervento urgente per l’eguale diritto alla salute è un reato. L’iniziativa viene sostenuta attraverso la pagina Facebook “Sei di Giarre se…”.

dario fo

giustizia

Le tracce di dna che hanno portato alla condanna di Massimo Bossetti all’ergastolo per l’uccisione di Yara Gambirasio sono inutilizzabili: lo sostengono molti giuristi, come peraltro aveva fatto la difesa dell’imputato. Il processo ha evidenziato gravi lacune nelle indagini, anche per il modo spregiudicato di far valere come prove elementi sottratti al pieno contraddittorio. “Bisogna dire no – afferma senza mezzi termini il giudice Gennaro Francione nell’intervista esclusiva che ci ha concesso – ai metodi senza garanzie reali, che fanno rivoltare nella tomba Voltaire, ancora in attesa dopo 250 anni che i suoi principi siano applicati radicalmente”. La questione di fondo, largamente dibattuta, sfiora il caso Bossetti, ma ha implicazioni allarmanti per molti altri imputati che si trovano in carcere pur in presenza di forti dubbi sulla loro colpevolezza.

I miliardi spesi servono a poco senza trasparenza

Su Bossetti, il biologo forense e criminalista Eugenio D’Orio sostiene: “Anche ammesso che le fasi della repertazione e della catena di custodia del reperto contenente la traccia 31G20 siano andate a buon fine, e soprattutto sia stato garantito all’imputato di prenderne visione tramite i suoi consulenti, si dovrà necessariamente indagare che tipo di legame ha quella data traccia genetica con l’atto delittuoso per il quale si indaga. Inoltre, la mancata concessione delle perizie nel precedente grado di giudizio rappresenta una gravissima lacuna cagionata in danno del signor Bossetti dal punto di vista investigativo-scientifico”.

D’Orio ritiene tuttavia che sia possibile e necessario, rimediare a taluni lacune: “Anche se sarà appurata la bontà della traccia 31G20 (la quale è ancora carente se la si vuole ascrivere con scientifica certezza alla traccia dell’offender di Yara) nello specifico, vista la dinamica dell’aggressione, gli altri reperti ancora in uso alla Procura saranno determinanti per dare chiarezze scientifiche di tipo oggettivo ed universale, non più di tipo meramente indiziario, come costituito dalla suindicata traccia”.

beatrice lorenzin

La ministra Beatrice Lorenzin continua a trovare opportunità per mandare ispettori a ogni scandalo che scoppia negli ospedali italiani, ultimo quello raccapricciante di Patrizio Cairoli, lasciato morire come un verme all’ospedale San Camillo di Roma. La sanità è diventata ormai come una bolgia infernale, poiché da un taglio all’altro s’è passati a uno squallore estremo e all’indecenza: posti di pronto soccorso dove i pazienti aspettano ammassati per ore interminabili prima di essere visitati; mutilazioni e omicidi dei più assurdi in sale operatorie che si rivelano all’improvviso come macelli per bestie; attese anche di anni per ottenere una visita tranne che non si metta subito mani al portafogli. Una situazione di sconquasso così grave avrebbe dovuto indurre nella ministra Lorenzin un sussulto.

La senatrice del M5S Paola Taverna ha presentato un’interrogazione alla ministra, scrivedo che “la triste storia dell’uomo malato terminale di tumore morto nel pronto soccorso dell’Ospedale San Camillo di Roma dopo 56 ore di degenza, e denunciata in una lettera del figlio al ministro Lorenzin, è l’emblema della drammatica situazione in cui versa l’intero sistema sanitario nazionale, che non è più in grado di assicurare né le cure né l’assistenza necessaria in nessuna fase della malattia, tanto meno in quella terminale”.

“Già lo scorso anno – scrive la senatrice – la stampa denunciò le pessime condizioni del San Camillo e dall’ospedale risposero che le condizioni di disagio erano causate dai lavori di adeguamento della struttura in vista del Giubileo. Ma dopo un anno nulla è cambiato, segno che questa situazione come tante altre è il frutto di precise responsabilità del governo e delle sue scelte in materia di sanità: tagli pari a 4,3 miliardi di euro solo negli ultimi due anni e lo spettro di altri 1,5 miliardi con la prossima legge di Bilancio, oltre 200 visite specialistiche che diventano a pagamento, ticket sempre più cari. La conseguenza è che la sanità è al collasso e oltre 11 milioni di italiani rinunciano a curarsi. Per questo chiediamo ancora una volta alla Lorenzin di abbandonare la sua scellerata politica di tagli e di incrementare il Fondo per il Servizio sanitario nazionale così da evitarne il definitivo collasso”.

L’invio degli ispettori è, oggi come in passato, un fumo negli occhi dell’opinione pubblica sconcertata, come a dare a intendere che un governo stia assicurando ai cittadini la massima assistenza e non tolleri pertanto alcun caso sporadico di malasanità. La verità, a tutti chiara, è che di fronte alle carenze sempre più gravi e diffuse un ministero dovrebbe intervenire con urgenza e in modo serio a rivoluzionare la disorganizzazione nella quale si è diffusamente precipitati. Sono comprensibili gli spot allegri, ma a volte anche esilaranti e osceni, di Beatrice Lorenzin e anche le sue chiacchiere nei salotti televisivi; ma si richiederebbe pure che da anonima cittadina si faccia venire ogni tanto un capogiro e ripari negli ospedali di varie città, uno dopo l’altro (ovviamente non in quelli che ha chiuso), o telefoni ai vari call center regionali per capire quanto tempo passa per ottenere una visita dermatologica. Se non fa anche questo, eviti almeno di autoincensarsi nei salotti; o infine abbia la dignità di dimettersi, perché i reati non sono soltanto quelli commessi da poveri diavoli che rubano due fette di mortadella al supermercato: ci sono quelli, molto più raccapriccianti, che colpiscono giornalmente la vita dei cittadini.  

L’ambiguità degli accertamenti “scientifici” sui delitti è al centro di un importante dibattito fra giuristi, biologi e altri esperti della complessa materia. Il giudice Gennaro Francione, direttore del "Movimento di neorinascimento della Giustizia",  strenuo sostenitore dell'epistemologia del filosofo austriaco Karl Raimund Popper, dal quale prende le mosse, va sviluppando il tema della criminologia dinamica, con notevoli implicazioni per le attività processuali e il sistema giudiziario attuale, che viene messo apertamente in discussione. Il magistrato è noto e apprezzato anche per decine di saggi e notevoli opere di narrativa. Al dott. Eugenio d’Orio, noto biologo forense e criminalista (molti gli studi all'estero, ora ammesso come ricercatore all'Università di Copenhagen) che collabora in questi studi col giudice Francione, abbiamo chiesto un articolo, che qui pubblichiamo.

Neorinascimento della Giustizia

Francione Francione genetica

Gennaro Francione
Gennaro Francione 2
 

Grazie al progresso tecnologico-scientifico, ad oggi si è in grado di sviluppare metodologie di indagine che prima erano comunemente ritenute “fantascientifiche” ovvero “utopiche”.

Ad oggi, gli investigatori di tutto il mondo si possono giovare di nuovi ed avanguardistici sistemi, tecnologie ed approcci scientifici quando devono porre in essere le indagini per un dato delitto.

Il vero boom della scienza forense, ossia la scienza applicata alle indagini, si ebbe con l’avvento del DNA e delle tecnologie identificative ad esso correlate. Tali tecniche, poste in essere solo da un ventennio a questa parte, sono correntemente perfezionate e migliorate ed hanno la peculiarità di rendere possibile l’identificazione di un individuo in maniera univoca e scientificamente certa.

Oltre a ciò grande importanza è data dal fatto che tali tecniche forniscono anche la possibilità di identificare il tipo di tessuto biologico, il cui uso a fini forensi è davvero di inestimabile valore.

Ancora, le più moderne tecniche sono volte alla valutazione delle posizioni nello spazio relative delle diverse evidenze biologiche rinvenute in un dato reperto o luogo.

Visto il grandissimo successo applicativo delle suindicate tecniche scientifiche in ambito forense, anni fa, cavalcando il clamore di quest’importante ausilio proveniente dalla scienza e dai suoi risultati, i media bombardarono i mezzi di informazione parlando di “prova regina”, grazie alla quale tutti i misteri sono svelabili, e tutte le indagini si possono concludere in maniera certa e giusta, assicurando il reo alla giustizia. Nel corso degli anni, inoltre, il DNA o cosiddetta “prova regina” fu  determinante per dimostrare l’innocenza di soggetti condannati per gravissimi delitti (tra cui moltissimi casi di omicidio e stupro) i quali avevano sempre, a gran voce, dichiarato la propria innocenza senza esser creduti.

"Yara, orrori e depistaggi", Gruppo Edicom, isbn 9788882363482Una conversazione radiofonica sul libro “Yara, orrori e depistaggi” del giornalista Salvo Bella nella trasmissione “Border Nights” si è trasformata ieri sera in una pesante critica alle indagini sull’uccisione di Yara Gambirasio e sul discusso processo al presunto assassino Massimo Bossetti. Si è parlato di testimoni intimiditi, esigenza di allontanare ombre nere dalla Lombardia, banchetti con magistrati e mafiosi, macchinazioni, vittima sacrificale, spettacolarizzazioni inedite, omicidio politico.

Cominciata alle 22,50 a WebRadioNetwork, Border Nights, che va in onda ogni martedì, è curata dal giornalista Fabio Frabetti e affronta abitualmente casi scottanti, permettendo agli ascoltatori di intervenire in diretta. La puntata di ieri sera era stata annunciata per diversi giorni insistentemente attraverso i social network, dove trovano ampio spazio le discussioni fra innocentisti e colpevolisti sulla recente condanna di Bossetti all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. L’audience era perciò elevatissima, con innumerevoli ascoltatori collegati anche dall’estero fino a notte.

Salvo Bella, compulsato dal conduttore, ha parlato delle analisi da lui compiute sul delitto sin dal momento della sparizione di Yara, avvenuta misteriosamente a Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo, la sera del 26 novembre 2010. C’erano, secondo Bella, diffusi fenomeni di evidente incompatibilità ambientale, che si manifestarono attraverso veri e propri depistaggi, manovre più o meno oscure per allontanare dalla verità avvalorando l’ipotesi, tuttora incredibile secondo lo scrittore, di un omicidio a sfondo sessuale e così nascondendo il vero movente e i veri colpevoli.

Fabio Fabretti ha ricordato che Bella fu minacciato perché si voleva impedire la pubblicazione del libro. L’autore ha spiegato di non avere ricevuto poi querele dai personaggi da lui chiamati in causa, ma avrebbe subito persecuzioni da parte di apparati dello Stato.

Sono intervenuti nella trasmissione l’avv. Paolo Franceschetti, noto criminologo e ospite fisso di Border Nights, il medico Agnesina Beatrice Pozzi, che dirige l’Osservatorio web sul diritto e i diritti negati, e dalla Francia la psicologa Elisabeth C.

Franceschetti, che è autore di numerosi libri e si occupa in un blog di mafia e massoneria, ha inquadrato i depistaggi rivelati da Bella in una situazione di gestione della giustizia terrificante. Un passo evidente di una trama sporca c’è stato, secondo il giurista, con la spettacolarizzazione dell’arresto di Massimo Bossetti, mostrato a tutto il mondo ammanettato e in ginocchio, in più annunciato dal ministro degli Interni Angelino Alfano in spregio a tutte le norme costituzionali. Nell’acuto commento, Franceschetti ha sostenuto che Bella avrebbe chiarito con coraggio la natura politica dell’omicidio di Yara Gambirasio.

Bella scrisse alla fine del 2013 il libro, uscito poi a febbraio dell’anno dopo in una nuova collana di Gruppo Edicom, quando ancora non era stato arrestato Massimo Bossetti, che fu a suo parere la vittima predestinata della seconda parte delle indagini. Su queste si è soffermata Agnesina Beatrice Pozzi, mettendo in luce presunte assurdità nell’attribuzione a Massimo Bossetti delle tracce di dna rinvenute sugli indumenti della povera Yara nel febbraio del 2011, quando il cadavere della ragazza fu trovato in un campo di Chignolo d’Isola, nel Bergamasco. Per tre mesi, aveva appena detto Bella, il questore dell’epoca, che dirigeva le indagini, aveva sorprendentemente affermato che avrebbe riportato viva a casa la ragazza. La dott. Pozzi, che si è occupata in passato professionalmente di numerosi casi clamorosi, fra i quali quello del questore palermitano Bruno Contrada, è entrata con cognizione di causa nelle questioni scientifiche, sostenendo con vari argomenti l’innocenza dell’imputato Massimo Bossetti, argomento affrontato poi anche da Elisabeth C, che ha invitato l’autore di “Yara, orrori e depistaggi” a continuare la sua inchiesta.

Furgone tarocco, vittima sacrificale e altri elementi oscuri delle indagini sono stati in ultimo gli ingredienti della pagina conclusiva di “Maestro di dietrologia”, che ha sollevato domande ancora senza risposta.

La registrazione della tramissione, ascoltabile ora in podcast a WebRadioNetwork, per i contenuti duri e per la chiamata in causa di apparati dello Stato, potrebbe essere acquisita dall’autorità giudiziaria per l’apertura di indagini.

referendum

I notiziari delle emittenti televisive hanno nascosto oggi la notizia del singolare gesto di un ex imprenditore bulgaro, Martin Advinski di 50 anni, che si è arrampicato sul tetto della Scala a Milano per sostenere il "no" al referendum. I tg della Rai hanno taciuto per tutta la giornata, mentre le agenzie di stampa e i più importanti giornali continuavano a informare sin  dal mattino di che cosa stava accadendo nel capoluogo lombardo, un curioso gesto di dimostrazione che aveva mobilitato in forze carabinieri, polizia e vigili del fuoco.

Solo il tg di Sky, nell’edizione delle ore 14, ha diffuso in diretta la notizia, mostrando anche, in un collegamento diretto con la piazza della Scala, le immagini, con i tre striscioni esposti dall’uomo. La notizia, però, è poi sparita per tutta la giornata nelle altre edizioni, anche dalla striscia dei titoli che durante la trasmissione scorrono a nastro nella parte bassa dello schermo.

Non si sa se l’autore della dimostrazione avesse realmente minacciato di volersi lanciare nel vuoto dal tetto. Col passare delle ore, tuttavia, si faceva sempre più pressante l’esigenza di eliminare gli striscioni e di fare scendere l’uomo, ponendo fine a un episodio eclatante ed evitando che la notizia facesse il giro del mondo.

Le trattative delle forze dell’ordine con l’ex imprenditore si sono rivelate infruttuose. Dopo parecchie ore, finalmente, un ufficiale dei carabinieri è riuscito a bloccare il dimostrante, sottoposto subito a visita al Policlinico: prevedibile epilogo, sarà sottoposto a trattamento psichiatrico.

Ci sarà anche uno strascico giudiziario per occupazione di terreni ed edifici; ma la Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai dovrebbe spiegare se è normale che il servizio pubblico nasconda ai cittadini un avvenimento di tal genere, anche se poi attribuito sbrigativamente a un matto.

chiaraIl clamore sul delitto di Chiara Poggi, massacrata il 13 agosto 2007 nella sua casa a Garlasco, sembra destinato a non esaurirsi anche dopo la condanna definitiva a 16 anni di reclusione inflitta il 12 dicembre 2015 dalla Cassazione al fidanzato della ragazza Alberto Stasi. Gli atti delle indagini che portarono ai tre processi potrebbero ora tornare in tribunale a Pavia, dove sette persone devono rispondere di diffamazione aggravata dall’attribuzione di fatti specifici, dalla continuazione e dal mezzo della stampa, per alcuni commenti espressi fra il 2011 e il 2012 nel gruppo di Facebook “Delitto Garlasco: chiediamo giustizia per Chiara Poggi”.

La giustizia, com’è noto, non è riuscita a delineare in via definitiva un movente dell’omicidio, che tuttavia nei processi di primo e secondo grado si inquadrava in una vicenda di materiale pedopornografico trovato allo Stasi, che Chiara Poggi avrebbe scoperto. Stasi fu condannato, in quanto a ciò, in primo e in secodo grado, ma la Cassazione in ultimo lo assolse nel 2014 ritenendo che la detenzione di quel materiale fosse lecita.

All’epoca del delitto erano esplose numerose polemiche su talune modalità delle indagini e su contrasti nell’Arma dei carabinieri, con denunce reciproche fra un maresciallo e un ufficiale: pagine nere, complicate dal sospetto – poi mai rivelatosi fondato – che alcuno avesse voluto sviare le indagini per mettere al riparo dai riflettori e da eventuali conseguenze giudiziarie lo stesso Alberto Stasi e persone a lui legate in un cerchio di amicizie, anche in ambienti influenti della politica nella provincia di Pavia. Una di tali persone, in particolar modo, fu più volte interrogata sperando che potesse rivelare qualche utile retroscena dell’omicidio e contribuire a far luce sulla questione del materiale pedopornografico e sui suoi contatti col fidanzato di Chiara nei giorni e nelle ore antecedenti il delitto. Il sostituto procuratore generale Laura Barbaini, nella memoria depositata alla Corte d’assise d’appello di Milano nel secondo processo che doveva giudicare Stasi, ha ritenuto che il testimone era stato reticente, per nascondere un problema di particolare gravità.

RETROSCENA A LUCI ROSSE E TESTIMONI RETICENTI

I retroscena delle immagini a luci rosse erano stati fustigati dalla stampa e dall’opinione pubblica, sconcertata dalle evidenze che trapelavano. Questo senso civico espresso nel gruppo di Facebook “Delitto Garlasco: chiediamo giustizia per Chiara Poggi”, ma anche in molti altri, ha trascinato nell’ondata di indignazione un numero elevatissimo di persone di ogni classe sociale e di varie città, non solo italiane. A dolersi di tutto ciò è poi stato però uno dei testimoni duramente censurati dall’autorità giudiziaria, il quale ha presentato querela chiedendo la condanna di alcuni autori di quei commenti.

Due sono i procedimenti in corso a Pavia per diffamazione, a conclusione delle indagini preliminari, e le posizioni degli indagati sarebbero differenziate: alcuni puntano alla possibilità di una conciliazione con il querelante e alla remissione della querela; altri lascerebbero che la vicenda giudiziaria proceda per inerzia fino alla prescrizione, che interverrebbe fra pochi mesi; altri, ancora non a giudizio, chiedono il proscioglimento immediato e se questo non ci sarà potrebbero dare battaglia in un dibattimento perché si faccia luce sui retroscena morbosi del delitto.

Fino a oggi non è caduto il sospetto che siano rimaste impunite, per vari motivi, altre persone coinvolte a vario titolo nell’orrendo omicidio di Chiara Poggi.

Agenti della Digos“L'impressione è che possa trattarsi di un gesto simbolico, senza alcuna concreta valenza intimidatoria”: così la polizia definisce l’ordigno piazzato a Roma all’esterno dell’appartamento dell’avv. Paolo Saolini, responsabile degli affari legali del vicesindaco nella giunta pentastellata di Virginia Raggi. Lo riferisce l’Agenzia Italia. Questo tipo di valutazione è spiegato con la precisazione che il reperto è un congegno elettrico di accurata fattura confezionato per fare scoppiare una bomba, ma privo di esplosivo: una riflessione particolarmente allarmante se a farla sia la Digos, cioè l’ufficio politico della questura, quasi che senza devastazioni non possano esserci atti intimidatori.

Sorge il dubbio che diversa sarebbe stata l’interpretazione da parte di chi indaga se l’accaduto avesse riguardato non il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo ma il collaboratore di una giunta comunale filogovernativa; o sarebbe bastata una pisciata dietro una porta di casa di Matteo Renzi per fare uscire dalle caserme anche i carri armati e diffondere interminabili messaggi di solidarietà e gridare al nemico in agguato.

Non è la prima volta che, col ministero degli Interni ad Angelino Alfano, in molti uffici di polizia si registra la tendenza a fare passare sotto gamba episodi di minacce gravi. Il dirigente del commissariato di Legnano, Francesco Anelli, è arrivato a sostenere che ricevere per posta un proiettile con un biglietto intimidatorio non costituisce un pericolo: con questa e con altre affermazioni false sminuiva la credibilità del mio libro “Yara, orrori e depistaggi” sull’omicidio di Yara Gambirasio, che ambienti oscuri cercavano di bloccare.

   

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