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geroglifici: motivazione illeggibile del pm

Si chiama Maria Saracino, è sostituto procuratore della repubblica al tribunale per i minorenni di Milano e non occorre sapere di più; se non che questa pm ha pensato di poter togliere definitivamente i figlioletti ai genitori scrivendo tre righe di geroglifici, incomprensibili per un comune mortale e rivelatori di frettolosità: una leggerezza che fa inorridire, perché il web è pieno di notizie riguardanti l’imminente morte della madre dei minori per cancro e pare che il Pm non ne sappia proprio nulla, pur disponendo di una rete amplissima di servizi sociali e di consulenti a spese della collettività.

criminiNon esistono i delitti perfetti, ma solo indagini imperfette. Ogni omicidio, anche il più sofisticato, se bene analizzato, mostra per gli investigatori tracce importanti, elementi utilissimi per potere risalire all’autore. Molte vicende giudiziarie rivelano che non è stato possibile far luce su efferati crimini a causa di attività inadeguate nell’immediatezza dei fatti.

Gli sviluppi crescenti della criminologia trovano applicazione pratica sempre più attenta ed efficace nelle indagini di polizia giudiziaria, soprattutto nella ricostruzione della scena del crimine (cosiddetta criminologia investigativa).

Gli eventi criminali sono per definizione storia, pertanto gli esperti sono chiamati a ricostruirli. Un tempo si chiedeva all’investigatore di non pensare ma raccogliere, secondo il modello “don’t think, find out". Umberto Eco, nel 1980, alla domanda come si fa ad individuare il colpevole di un crimine rispose: “Bisogna supporre che i fatti possiedono una logica, la logica che il colpevole ha imposto loro".

Igor Vaclavik

Descritto come una belva sanguinaria, ricercato dai reparti di élite delle nostre forze dell’ordine e relativamente imprendibile, chi è Igor Vaclavik detto “il russo”?

I mass media lo descrivono come la personificazione del male.

Igor la belva, il Rambo del crimine, il ladro Ninja, sono soprannomi che vogliono sintetizzare il profilo comportamentale di un uomo senza scrupoli, dalle capacità criminali di elevato spessore, pluripregiudicato con una lunga carriera criminale alle spalle, pronto ad agire ancora in maniera violenta e seminare sangue e terrore.

Il killer più braccato d’Italia

Igor Vaclavik è il killer più braccato d’Italia dal primo aprile, quando, durante un tentativo di rapina, ha ucciso a Budrio il tabaccaio Davide Fabbri con un colpo di pistola. Durante la fuga, l’8 aprile, ha poi assassinato a un posto di blocco, a Portomaggiore, la guardia ecologica Valerio Verri.

L’uomo era già ricercato dal 29 marzo per avere rapinato dell’arma una guardia giurata e non è escluso che già precedentemente avesse commesso altri delitti, oltre alle rapine per le quali aveva espiato alcuni anni di reclusione, col beneficio di essere scarcerato in anticipo rispetto alla condanna.

Le ricerche vedono impegnati centinaia di carabinieri e agenti di polizia, con la partecipazione dei reparti più specializzati per la cattura di latitanti; e il caso continua a essere al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e dello stesso governo, tant’è che lo stesso ministro degli Interni Minniti s’è recato nella zona dove sono concentrate le battute, tra Bologna e Ferrara. Si tratta di una caccia dagli esiti incerti, tenuto conto della mancanza di relazioni del fuggitivo e della conseguente difficoltà di sviluppare indagini attraverso intercettazioni e controlli su favoreggiatori. Ad agevolare la latitanza sono, inoltre, le caratteristiche spesso impervie del territorio nel quale si svolgono le ricerche, ma anche, e forse soprattutto, le attitudini del ricercato a una vita al limite della sopravvivenza.

Ex militare e disertore, ricercato in Serbia per svariate rapine e per avere stuprato una minorenne; gigolò a Valentia; indagato, attualmente, in Italia per tre omicidi, la sua vera identità corrisponderebbe al nome di Norbert Feher, proveniente da Subotica, una cittadina serba a 10 chilometri dal confine con l’Ungheria.

Poche sono le informazioni in possesso dei compagni di cella: Norbert è molto diffidente, non ha mai tirato giù la maschera e svelato la sua reale identità nonostante la lunga permanenza in istituto.

Le lunghe e noiose giornate di detenzione, secondo i suoi amici, erano quotidianamente scandite dalle stesse azioni: sveglia alle ore sette, allenamento fisico ai limiti della resistenza umana, doccia e visione dei cartoni animati, un tassativo per tutti i detenuti della cella, un desiderio del quale non poteva fare a meno perché suo padre gli aveva vietato di vederli quando era piccolo.

Il pomeriggio lo trascorreva in chiesa con il prete del carcere e la serata a leggere riviste e libri di informatica. Per il resto è stato un uomo di poche parole, loquace, forse, solo quando descriveva le sue “prodezze”.  Si sentiva forte quando rammentava ai compagni di aver tagliato dal vivo il tatuaggio distintivo impresso sulla caviglia di tutti i militari russi per potere sfuggire ai controlli; si vantava di aver guadagnato molti soldi a Valentia facendo il gigolò; si sentiva potente quando riusciva a sfuggire alla polizia perché capace di dominare la natura; definiva vero uomo solo colui che usa lame o archi e frecce per compiere reati, ma, soprattutto, si esaltava riferendo di potere scuoiare un uomo con un coltello.

La sua espressione del viso non muta con lo stato d’animo ed è accompagnata da una forte discrasia tra le parole dette e il tono emotivo; inoltre, il suo sguardo di ghiaccio inquieta.

buona pasqua

Igor Vaclavic

Il suo nome è Igor Vaclavic o Ezechiele Norberto Feher, ma si potrebbe chiamare in qualsiasi altro modo l’assassino trasformista che, venuto dai Balcani, colpisce in Italia da sette anni e solo ora ci si accorge di lui, dopo che in pochi giorni ha lasciato dietro di sé cadaveri e una scia di sangue; ma per le forze dell’ordine che gli danno la caccia tra Bologna e Ferrara è diventato come un ago nel pagliaio.

Roberta Bruzzone

Con 229 membri, la maggior parte dei quali inseriti a insaputa degli interessati, nel panorama dell’informazione spazzatura ecco appena nato su Facebook il gruppo pubblico “Roberta Bruzzone nuda”, un contenitore sfrenato che prende di mira la criminologa Roberta Bruzzone: le parole più gentili sono “schifosa”, “con più membri dietro”, “pezza di plastica smangicchiata”, “assassina di innocenti”. La dialettica fra innocentisti e colpevolisti sui delitti più discussi ha superato ormai ogni limite.

difesa negataIl Dna ritenuto prova regina può essere frutto di una contaminazione, ma per la legge non c'è l'obbligo di revisione del processo, in violazione di principi costituzionali. Il dott. Eugenio D'Orio, biologo forense e criminalista, ricercatore in genetica forense dell’Università di Copenhagen, è autore di due consulenze tecniche in un caso con condanna definitiva, ma la questione riguarda, com'è noto, anche processi tuttora aperti, come quello a carico di Massimo Giuseppe Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio.

Il diritto di un soggetto sottoposto a condanna definitiva a provare la propria innocenza è sancito nel dispositivo dell’art. 24 della Costituzione e a tal proposito il legislatore prevede l’istituto della revisione. Tuttavia ad oggi è emersa una carenza legislativa che va in contrasto col principio costituzionale.

In un caso attuale c’è un soggetto condannato in via definitiva per omicidio in base alla cosiddetta “prova regina” del Dna. Nello specifico, il Dna del condannato fu rinvenuto su parte del corpus delicti utilizzato per commettere l’omicidio. La sentenza di condanna è passata in giudicato, nonostante l’imputato si sia sempre dichiarato estraneo al fatto-reato contestatogli.

Jennifer SarchièLa sentenza d’appello per l’uccisione del pescivendolo Pietro Sarchiè è stata benevola con uno degli assassini, riducendogli la pena dall’ergastolo a vent’anni di carcere. Dura la reazione dei familiari della vittima: “Questa sentenza - commentato la moglie Ave Palestini - è ridicola. Pure mio marito voleva vedere la luce all’orizzonte insieme alla sua famiglia”. La figlia dell'uomo, Jennifer, aveva esposto davanti al palazzo di giustizia un cartello per invocare che i giudici non fossero clementi.

acudipa“La sfida educativa non si vince da soli…”: sono le parole di una mamma, che dal dramma della perdita di suo figlio può trasferirci la migliore lezione di vita.

L’essere umano, in un’epoca in cui avverte il peso della propria fragilità e non sa reagire, non sa trovare la propria strada, si sente solo e non trova la via per esprimere se stesso senza vergogna.

La vera sfida è proprio collaborare per offrire risposte a chi da solo non le trova.

L’impressionante caso dello studente che si è ucciso in Liguria durante una perquisizione in casa da parte della Guardia di Finanza ha suscitato sconcerto e polemiche. La tragedia è scaturita da una vicenda di droga leggera alla quale pare che il ragazzo si fosse accostato nell’ambiente scolastico, senza che la madre riuscisse a dissuaderlo, al punto da convincersi di poter raggiungere il suo benevolo intento con una iniziativa di tipo poliziesco. Era stata infatti la madre a chiedere l’intervento della Finanza, un gesto che a guardar bene, vista la sua natura repressiva, lascia molti dubbi su un certo tipo di “amorevolezza”. Nell’intreccio di perplessità e di critiche primeggia la convinzione che con un aiuto appropriato di tipo educativo sarebbe stato possibile evitare questo epilogo che fa rabbrividire. Sono molti gli organismi che operano utilmente in tali materie. Abbiamo chiesto ad Acudipa, associazione no profit che si occupa di prevenzione da dipendenze patologche, un contributo sull’aiuto che i giovani stessi possono ottenere nel modo più semplice.

Dalla cronaca di Lavagna ai banchi di scuola, come insegnante quotidianamente a contatto con ragazzi dai 13 anni in su, come amica di donne con figli adolescenti e non solo, mi interrogo: non tanto su cosa è cambiato - questo è sotto gli occhi di tutti e non possiamo porvi un freno -; piuttosto mi interrogo su cosa possiamo fare. “Noi genitori dobbiamo capire che la sfida educativa non si vince da soli nell’intimità delle nostre famiglie, soprattutto quando questa diventa una confidenza per difendere una facciata. Non c’è vergogna se non nel silenzio. Uniamoci, facciamo rete”, ha aggiunto questa mamma. “In queste ore ci siamo chiesti perché è successo, ma a cercare i perché ci arrovelliamo. La domanda non è perché, ma come possiamo aiutarci. Fate emergere i vostri problemi”, ha detto la madre ai ragazzi durante i funerali. Appunto: come possiamo aiutarci?

A volte le risposte ci sono ma non le vediamo.

Spesso assistiamo inermi alle conseguenze negative dello sviluppo della tecnologia. Più spesso siamo noi stessi artefici di una diffusione capillare, che non conosce tempo e spazio, e annulla il resto. Ancora più spesso in essa ci rifugiamo e mentre lo facciamo cambiamo il nostro modo di essere, tutti, grandi e piccoli. Ed è in questa epoca di stravolgimenti sociali che, a un’insegnante come me, verrebbe facile demonizzare la tecnologia, in modo particolare internet e i social, dove tutti ci nascondiamo. Mentre lo sconforto spesso prende il sopravvento, in questi giorni ho scoperto una strada, uno strumento tecnologico appunto, che invece di allontanare può avvicinare, che invece di costituire un luogo buio può essere un porto sicuro per tanti ragazzi, e, perché no, per noi adulti. C&G si chiama la app creata da un gruppo di specialisti nel campo educativo-sanitario che offre un canale concreto per chi - e in special modo per i giovani - si pone domande, è attanagliato da dubbi o è preda delle proprie fragilità. Ho scaricato dal mio app-store la app e l’ho sperimentata di persona. Ho trovato immediatamente dall’altra parte un team di operatori esperti che hanno risposto alle mie domande in modo professionale.

In un attimo mi sono resa conto della potenza di questo strumento: zero disagio, zero costi, massima riservatezza e proprio sul cellulare ecco qualcuno che dopo averci ascoltato può darci un suggerimento, dirci una parola che stimola l’agire positivo. Quale mezzo migliore per entrare in contatto con i nostri ragazzi che sfuggono gli sguardi, se non quello di captare la loro attenzione con il loro rifugio prediletto? E intanto li aiutiamo!

“Straordinario è mettere giù il cellulare e parlarvi occhi negli occhi. Invece di mandarvi faccine su whatsapp, straordinario è avere il coraggio di dire alla ragazza sei bella, invece di nascondersi dietro frasi preconfezionate”: continua così la mamma di Lavagna.

Se non ci riusciamo a parole, perché non provare a dirglielo in chat?

Spesso le famiglie e la scuola si rendono conto che per le nuove generazioni è diventato difficile esprimere se stessi, le proprie emozioni; forse si teme il giudizio altrui; forse la società di oggi è troppo giudicante.

Qualcuno ha pensato bene di offrirgli un canale diverso. Che permetta loro di non sentirsi giudicati. Perché non proporglielo? Magari funziona! Magari qualche nostro ragazzo riesce ad aprirsi come non riesce a fare con noi.

Pietro SarchièGiustizia senza sconti e conferma di due ergastoli: è questa l’attesa nel nuovo processo per il terrificante omicidio di Pietro Sarchiè, il pescivendolo di San Benedetto del Tronto assassinato il 18 giugno 2014. Fra una settimana, il 29 marzo, saranno alla sbarra davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Ancona il catanese Giuseppe Farina e il figlio Salvatore, condannati in primo grado.

Pietro Sarchiè sparì misteriosamente col furgone durante uno dei suoi giri quotidiani per vendere il pesce ai clienti. Le sue ricerche furono avviate con notevole ritardo dagli inquirenti, che pensavano sorprendentemente a un allontamento volontario, sebbene escluso sin dal primo momento dai familiari, moglie e due figli. Il cadavere fu poi ritrovato una ventina di giorni dopo: l’uomo era stato ucciso brutalmente a colpi di pistola e seppellito in un terreno.

Salvo Bella giornalistaAssassino, pedofilo e assatanato, raffigurato come Pinocchio con un naso lungo e minacciato per il solo fatto di non essere forcaiolo contro Massimo Bossetti, il presunto assassino di Yara Gambirasio: è accaduto proprio così a Salvo Bella, scrittore, giornalista di professione e direttore della nostra rivista “Il Delitto”, di ritrovarsi d’improvviso inondato di insulti in un gruppo di Facebook, in una discussione alla quale non partecipava, imbastita attraverso contumelie di bassifondi contro Ester Arzuffi, madre di Bossetti, apostrofata con espressioni delle quali “grande troia” è la più pulita. L’autorità giudiziaria, a seguito di tempestiva e circostanziata querela del giornalista, procede ora per diffamazione aggravata e altro a carico dei responsabili di queste scellerate aggressioni.

Gli amici del rospoLa pederastia, il processo e la prigionia del poeta francese Paul Verlaine per l’attentato all’amante Arthur Rimbaud sono il tema di “Gli amici del rospo”, una graffiante opera teatrale di Gennaro Francione, dramma in due atti che la Compagnia dei Bufonidi, per l’Associazione Rinascimento 2000 e l’Adramelek Theater, metterà in scena dal 21 al 25 marzo al Teatro Agorà di Roma (Vicolo della Penitenza 33-37).

Il 10 luglio 1873, in una stanza d’albergo a Bruxelles, Verlaine sparò due colpi di pistola a Rimbaud, che aveva deciso di lasciarlo. Il processo si tramutò in una causa contro la pederastia, col climax della visita corporale medica rilevante tracce d'abitudine pederastica attiva e passiva. L’8 agosto il poeta fu condannato a due anni di carcere, confermati in appello il 27 agosto.

Dopo la causa. l'azione scenica racconta la cattività che si trasforma da spazio serrato a sogno di un universo sconfinato dove, nel ricordo, il poeta solitario viene rivisitato dal suo amante fantasma. Oltre alla funzione consolatoria, insieme rivivono la stagione del loro amore coi due cuori maschili che, amanti del pigro rospo, trovano il trionfo nella poesia dell'eros platonico. I gesti e i simboli più osceni vengono trasfigurati e resi sublimi dalla versificazione metafisica.

Gennaro Francione è nato a Torre del Greco e vive a Roma. Ex magistrato, ha dato vita a un movimento internazionale per una neovanguardia della giustizia.

RisLa condanna del noto genetista prof. Vincenzo Pascali (diciotto mesi di reclusione inflitti dal tribunale di Salerno) per falso in perizia suscita domande inquietanti sulle modalità di acquisizione del Dna, del rilievo di profili genetici e dell’attendibilità ai fini delle sentenze di colpevolezza o innocenza di un imputato: questioni specialistiche che vedono frequentemente contrapposti i periti, come nel caso di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. La sentenza a carico del prof. Pascali è legata, com’è noto, alle indagini sull’omicidio di Elisa Claps, sparita nel 1993 a Potenza e ritrovata cadavere nel 2010 nel sottotetto di una chiesa.

La sentenza di Cassazione sul delitto di Avetrana conferma che i colpevoli pagano, e senza troppe lungaggini, quando le indagini sulle quali si deve giudicare sono state compiute con accuratezza e competenza, senza lasciare adito a sbavature.

Sabrina Misseri e Cosima SerranoQuando Sarah Scazzi sparì, il 26 agosto 2010, qualsiasi investigatore dal buon naso avrebbe subito capito che la ragazza non poteva essere stata rapita nel breve tratto di strada a piedi dalla propria casa a quella dello zio. Era evidente che proprio in questa seconda casa, cioè, la ragazza era stata inghiottita da mani non troppo oscure, nella tana di parenti che avevano cominciato subito a contraddirsi mentre gridavano all’orco misterioso. Ma se le indagini non fossero state svolte tempestivamente e in modo rigoroso saremmo oggi a discutere di un mistero criminale irrisolto.

Il merito è stato di carabinieri preparati, comandati da ufficiali di grande livello, e anche di una Procura della Reubblica capace di valutare e discernere una mole di elementi che le parti in gioco cercavano sistematicamente di imbrogliare.

   

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