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difesa negataIl Dna ritenuto prova regina può essere frutto di una contaminazione, ma per la legge non c'è l'obbligo di revisione del processo, in violazione di principi costituzionali. Il dott. Eugenio D'Orio, biologo forense e criminalista, ricercatore in genetica forense dell’Università di Copenhagen, è autore di due consulenze tecniche in un caso con condanna definitiva, ma la questione riguarda, com'è noto, anche processi tuttora aperti, come quello a carico di Massimo Giuseppe Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio.

Il diritto di un soggetto sottoposto a condanna definitiva a provare la propria innocenza è sancito nel dispositivo dell’art. 24 della Costituzione e a tal proposito il legislatore prevede l’istituto della revisione. Tuttavia ad oggi è emersa una carenza legislativa che va in contrasto col principio costituzionale.

In un caso attuale c’è un soggetto condannato in via definitiva per omicidio in base alla cosiddetta “prova regina” del Dna. Nello specifico, il Dna del condannato fu rinvenuto su parte del corpus delicti utilizzato per commettere l’omicidio. La sentenza di condanna è passata in giudicato, nonostante l’imputato si sia sempre dichiarato estraneo al fatto-reato contestatogli.

Jennifer SarchièLa sentenza d’appello per l’uccisione del pescivendolo Pietro Sarchiè è stata benevola con uno degli assassini, riducendogli la pena dall’ergastolo a vent’anni di carcere. Dura la reazione dei familiari della vittima: “Questa sentenza - commentato la moglie Ave Palestini - è ridicola. Pure mio marito voleva vedere la luce all’orizzonte insieme alla sua famiglia”. La figlia dell'uomo, Jennifer, aveva esposto davanti al palazzo di giustizia un cartello per invocare che i giudici non fossero clementi.

Pietro SarchièGiustizia senza sconti e conferma di due ergastoli: è questa l’attesa nel nuovo processo per il terrificante omicidio di Pietro Sarchiè, il pescivendolo di San Benedetto del Tronto assassinato il 18 giugno 2014. Fra una settimana, il 29 marzo, saranno alla sbarra davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Ancona il catanese Giuseppe Farina e il figlio Salvatore, condannati in primo grado.

Pietro Sarchiè sparì misteriosamente col furgone durante uno dei suoi giri quotidiani per vendere il pesce ai clienti. Le sue ricerche furono avviate con notevole ritardo dagli inquirenti, che pensavano sorprendentemente a un allontamento volontario, sebbene escluso sin dal primo momento dai familiari, moglie e due figli. Il cadavere fu poi ritrovato una ventina di giorni dopo: l’uomo era stato ucciso brutalmente a colpi di pistola e seppellito in un terreno.

Gli amici del rospoLa pederastia, il processo e la prigionia del poeta francese Paul Verlaine per l’attentato all’amante Arthur Rimbaud sono il tema di “Gli amici del rospo”, una graffiante opera teatrale di Gennaro Francione, dramma in due atti che la Compagnia dei Bufonidi, per l’Associazione Rinascimento 2000 e l’Adramelek Theater, metterà in scena dal 21 al 25 marzo al Teatro Agorà di Roma (Vicolo della Penitenza 33-37).

Il 10 luglio 1873, in una stanza d’albergo a Bruxelles, Verlaine sparò due colpi di pistola a Rimbaud, che aveva deciso di lasciarlo. Il processo si tramutò in una causa contro la pederastia, col climax della visita corporale medica rilevante tracce d'abitudine pederastica attiva e passiva. L’8 agosto il poeta fu condannato a due anni di carcere, confermati in appello il 27 agosto.

Dopo la causa. l'azione scenica racconta la cattività che si trasforma da spazio serrato a sogno di un universo sconfinato dove, nel ricordo, il poeta solitario viene rivisitato dal suo amante fantasma. Oltre alla funzione consolatoria, insieme rivivono la stagione del loro amore coi due cuori maschili che, amanti del pigro rospo, trovano il trionfo nella poesia dell'eros platonico. I gesti e i simboli più osceni vengono trasfigurati e resi sublimi dalla versificazione metafisica.

Gennaro Francione è nato a Torre del Greco e vive a Roma. Ex magistrato, ha dato vita a un movimento internazionale per una neovanguardia della giustizia.

La sentenza di Cassazione sul delitto di Avetrana conferma che i colpevoli pagano, e senza troppe lungaggini, quando le indagini sulle quali si deve giudicare sono state compiute con accuratezza e competenza, senza lasciare adito a sbavature.

Sabrina Misseri e Cosima SerranoQuando Sarah Scazzi sparì, il 26 agosto 2010, qualsiasi investigatore dal buon naso avrebbe subito capito che la ragazza non poteva essere stata rapita nel breve tratto di strada a piedi dalla propria casa a quella dello zio. Era evidente che proprio in questa seconda casa, cioè, la ragazza era stata inghiottita da mani non troppo oscure, nella tana di parenti che avevano cominciato subito a contraddirsi mentre gridavano all’orco misterioso. Ma se le indagini non fossero state svolte tempestivamente e in modo rigoroso saremmo oggi a discutere di un mistero criminale irrisolto.

Il merito è stato di carabinieri preparati, comandati da ufficiali di grande livello, e anche di una Procura della Reubblica capace di valutare e discernere una mole di elementi che le parti in gioco cercavano sistematicamente di imbrogliare.

acudipa“La sfida educativa non si vince da soli…”: sono le parole di una mamma, che dal dramma della perdita di suo figlio può trasferirci la migliore lezione di vita.

L’essere umano, in un’epoca in cui avverte il peso della propria fragilità e non sa reagire, non sa trovare la propria strada, si sente solo e non trova la via per esprimere se stesso senza vergogna.

La vera sfida è proprio collaborare per offrire risposte a chi da solo non le trova.

L’impressionante caso dello studente che si è ucciso in Liguria durante una perquisizione in casa da parte della Guardia di Finanza ha suscitato sconcerto e polemiche. La tragedia è scaturita da una vicenda di droga leggera alla quale pare che il ragazzo si fosse accostato nell’ambiente scolastico, senza che la madre riuscisse a dissuaderlo, al punto da convincersi di poter raggiungere il suo benevolo intento con una iniziativa di tipo poliziesco. Era stata infatti la madre a chiedere l’intervento della Finanza, un gesto che a guardar bene, vista la sua natura repressiva, lascia molti dubbi su un certo tipo di “amorevolezza”. Nell’intreccio di perplessità e di critiche primeggia la convinzione che con un aiuto appropriato di tipo educativo sarebbe stato possibile evitare questo epilogo che fa rabbrividire. Sono molti gli organismi che operano utilmente in tali materie. Abbiamo chiesto ad Acudipa, associazione no profit che si occupa di prevenzione da dipendenze patologche, un contributo sull’aiuto che i giovani stessi possono ottenere nel modo più semplice.

Dalla cronaca di Lavagna ai banchi di scuola, come insegnante quotidianamente a contatto con ragazzi dai 13 anni in su, come amica di donne con figli adolescenti e non solo, mi interrogo: non tanto su cosa è cambiato - questo è sotto gli occhi di tutti e non possiamo porvi un freno -; piuttosto mi interrogo su cosa possiamo fare. “Noi genitori dobbiamo capire che la sfida educativa non si vince da soli nell’intimità delle nostre famiglie, soprattutto quando questa diventa una confidenza per difendere una facciata. Non c’è vergogna se non nel silenzio. Uniamoci, facciamo rete”, ha aggiunto questa mamma. “In queste ore ci siamo chiesti perché è successo, ma a cercare i perché ci arrovelliamo. La domanda non è perché, ma come possiamo aiutarci. Fate emergere i vostri problemi”, ha detto la madre ai ragazzi durante i funerali. Appunto: come possiamo aiutarci?

A volte le risposte ci sono ma non le vediamo.

Spesso assistiamo inermi alle conseguenze negative dello sviluppo della tecnologia. Più spesso siamo noi stessi artefici di una diffusione capillare, che non conosce tempo e spazio, e annulla il resto. Ancora più spesso in essa ci rifugiamo e mentre lo facciamo cambiamo il nostro modo di essere, tutti, grandi e piccoli. Ed è in questa epoca di stravolgimenti sociali che, a un’insegnante come me, verrebbe facile demonizzare la tecnologia, in modo particolare internet e i social, dove tutti ci nascondiamo. Mentre lo sconforto spesso prende il sopravvento, in questi giorni ho scoperto una strada, uno strumento tecnologico appunto, che invece di allontanare può avvicinare, che invece di costituire un luogo buio può essere un porto sicuro per tanti ragazzi, e, perché no, per noi adulti. C&G si chiama la app creata da un gruppo di specialisti nel campo educativo-sanitario che offre un canale concreto per chi - e in special modo per i giovani - si pone domande, è attanagliato da dubbi o è preda delle proprie fragilità. Ho scaricato dal mio app-store la app e l’ho sperimentata di persona. Ho trovato immediatamente dall’altra parte un team di operatori esperti che hanno risposto alle mie domande in modo professionale.

In un attimo mi sono resa conto della potenza di questo strumento: zero disagio, zero costi, massima riservatezza e proprio sul cellulare ecco qualcuno che dopo averci ascoltato può darci un suggerimento, dirci una parola che stimola l’agire positivo. Quale mezzo migliore per entrare in contatto con i nostri ragazzi che sfuggono gli sguardi, se non quello di captare la loro attenzione con il loro rifugio prediletto? E intanto li aiutiamo!

“Straordinario è mettere giù il cellulare e parlarvi occhi negli occhi. Invece di mandarvi faccine su whatsapp, straordinario è avere il coraggio di dire alla ragazza sei bella, invece di nascondersi dietro frasi preconfezionate”: continua così la mamma di Lavagna.

Se non ci riusciamo a parole, perché non provare a dirglielo in chat?

Spesso le famiglie e la scuola si rendono conto che per le nuove generazioni è diventato difficile esprimere se stessi, le proprie emozioni; forse si teme il giudizio altrui; forse la società di oggi è troppo giudicante.

Qualcuno ha pensato bene di offrirgli un canale diverso. Che permetta loro di non sentirsi giudicati. Perché non proporglielo? Magari funziona! Magari qualche nostro ragazzo riesce ad aprirsi come non riesce a fare con noi.

Salvo Bella giornalistaAssassino, pedofilo e assatanato, raffigurato come Pinocchio con un naso lungo e minacciato per il solo fatto di non essere forcaiolo contro Massimo Bossetti, il presunto assassino di Yara Gambirasio: è accaduto proprio così a Salvo Bella, scrittore, giornalista di professione e direttore della nostra rivista “Il Delitto”, di ritrovarsi d’improvviso inondato di insulti in un gruppo di Facebook, in una discussione alla quale non partecipava, imbastita attraverso contumelie di bassifondi contro Ester Arzuffi, madre di Bossetti, apostrofata con espressioni delle quali “grande troia” è la più pulita. L’autorità giudiziaria, a seguito di tempestiva e circostanziata querela del giornalista, procede ora per diffamazione aggravata e altro a carico dei responsabili di queste scellerate aggressioni.

RisLa condanna del noto genetista prof. Vincenzo Pascali (diciotto mesi di reclusione inflitti dal tribunale di Salerno) per falso in perizia suscita domande inquietanti sulle modalità di acquisizione del Dna, del rilievo di profili genetici e dell’attendibilità ai fini delle sentenze di colpevolezza o innocenza di un imputato: questioni specialistiche che vedono frequentemente contrapposti i periti, come nel caso di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. La sentenza a carico del prof. Pascali è legata, com’è noto, alle indagini sull’omicidio di Elisa Claps, sparita nel 1993 a Potenza e ritrovata cadavere nel 2010 nel sottotetto di una chiesa.

Violenza contro le donne"Io di te non ho paura" dovrebbero ripetersi, come canta Emma Marrone in suo brano, tutte le donne che ogni giorno sono vittime di spaventosi maltrattamenti inflitti dai propri partner; "non ho paura di te" che ti nascondi dietro l’apparenza di mani bianche e voce docile che in un attimo si trasformano in pugni rossi e grida violente.

Molte donne sono schiave di un amore che amore non è; sono oppresse da se stesse, annullano completamnete la propria volontà e accettano di subire la violenza come se fosse ciò che le ha riservato la vita, una sorta di destino immutabile, immodificabile: così è e così resta.

Non osano ribellarsi per paura, perché non hanno appoggi, sono sole, o anche perché non sono indipendenti economicamente e vivono nell'illusione di poter redimere l'uomo che le tormenta a calci e pugni. Si ripetono "io lo salverò". Non riescono a liberarsene e si autoconvincono che è giusto così, che lo amano e che forse è amore reciproco e sperano disperatamente che lui un giorno si pentirà del gesto e tornerà più innamorato che mai.

roberta smargiassiUn marito trafitto dal dolore per la morte della moglie uccide l’automobilista che ha strappato la vita alla sua cara. Che dire quando la vittima si trasforma in giustiziere?

L’1 luglio 2016 Roberta Smargiassi, 34 anni, in sella al suo scooter viene travolta a Vasto dall’auto guidata dal ventiduenne Italo D’Elisa, che a fine anno viene indagato per omicidio stradale e rinviato a giudizio. L’1 febbraio 2017 D’Elisa viene ucciso con quattro colpi di pistola al torace proprio dal marito di Roberta, Fabio Di Lello. La vicenda sembra uscita da un romanzo giallo, invece siamo di fronte a un complicato e delicato caso di cronaca nera italiana. I giornali e i social network puntano il dito contro “l’assassino” Di Lello, dopo che sette mesi fa tutto il Paese era con il cuore ad abbracciarlo e seguirlo nella fiaccolata in memoria della giovane vittima, chiedendo a gran voce giustizia.

chromosomesMadri che uccidono i propri figli, padri che violentano e massacrano a morte la loro stessa famiglia, atti di spietata crudeltà verso animali indifesi, pedofilia, terrorismo e tanto altro ancora; diversi moventi ma con un comune denominatore: “le radici del male“. Dall’argento non si estrae l’oro! Dal male nasce solo altro male! Potere, ambizione, corruzione politica con infiltrazione mafiosa, coinvolgimento ecclesiastico con intrighi religiosi e passionali non portano che ad atti di estrema distruttività. Tutto ciò è un male radicato.

femminicidiLe donne vittime di aggressioni e violenze stentano a denunciare i loro persecutori o al limite ritrattano le accuse o cercano persino di giustificarli. Sono spesso succubi e per questo finiscono col trasformarsi persino in complici degli aggressori.

L’8 gennaio a Messina una ragazza di 22 anni, Ylenia Grazia Bonavera, è stata ricoverata al Policlinico con ustioni sul 13% del corpo: l’ennesimo caso di violenza su una donna. La vittima, nonostante le sue gravi condizioni, non è comunque in pericolo di vita e ha trovato persino la forza di denunciare il suo ex fidanzato Alessio Mantineo, arrestato il giorno successivo con l’accusa di tentato omicidio.

bici nera di garlascoSi trova in un filmato il nome della donna vista a Garlasco sulla bici nera accanto all’abitazione di Chiara Poggi mentre veniva commesso il 13 agosto 2007 l’omicidio. Il video, la cui importanza dovrà essere valutata dagli inquirenti, accompagnava la segnalazione pervenutaci da un informatore ed è stato consegnato il 22 dicembre scorso ai carabinieri.

Il documento, come abbiamo reso noto con gli articoli del 27 e del 29 dicembre, potrebbe far luce su uno degli aspetti più oscuri delle indagini sul delitto di Chiara Poggi, per il quale il fidanzato Alberto Stasi, che si protesta innocente, è stato condannato definitivamente a sedici anni di reclusione. Al momento si attende la decisione sulla richiesta di revisione del processo in base a nuovi elementi forniti dalla difesa di Stasi, che hanno determinato l’iscrizione di Andrea Sempio nel registro degli indagati.

erroriGli addetti ai lavori continuano a non rispettare i protocolli previsti per le investigazioni scientifiche, come rivelano alcune immagini riguardanti un duplice omicidio commesso pochi giorni fa in provincia di Ferrara.

La ricerca e l’acquisizione delle fonti di prova, soprattutto di tipo biologico, vanno necessariamente effettuate seguendo criteri precisi e rigorosi; il loro mancato rispetto è spesso all’origine del fallimento di indagini su delitti efferati.

   

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