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Luca MattejaL’annuncio di future rivelazioni sul vero assassino di Yara Gambirasio ha scatenato la “caccia” all’autore del presunto scoop, un certo Luca Luca Matteja, mentre oggi a Brescia va verso le conclusioni il processo d’appello a Massimo Bossetti.

La notizia, data intorno alle 21 di ieri e subito diffusa con qualche interrogativo dalla nostra rivista, ha suscitato un vespaio di polemiche fra innocentisti e colpevolisti su Facebook. L’affermazione era apparsa come un fulmine a ciel sereno sulla pagina personale Fb di Selene Ben Slimane, una professionista e persona di cultura, sotto il link a un articolo sul processo Bossetti diffuso dall’agenzia Ansa. Fra i vari commenti s’è inserito quello a nome di Luca Luca Matteja che ha in un primo momento gelato e poi scaldato una discussione: "Quando verra' il momento spieghero', quello che un pirla qualsiasi ha scoperto, e che tutti si domandano: di chi e' quel dna, perche' incastrare proprio Bossetti, chi ha ammazzato Yara".

assassino di Yara

Una conversazione sul processo in corso a Brescia a Massimo Bossetti ha registrato stasera in una pagina Facebook il clamoroso annuncio di uno dei partecipanti: "Rivelerò chi ha ucciso Yara". Roba esilarante o c'è qualcosa di importante che nessuno ancora conosce sull'omicidio Gambirasio, un segreto che merita di essere subito rivelato? Difficile capire se sia probabilmente la sparata megalomane di uno degli innumerevoli "esperti" e pseudo investigatori che scrivono su Facebook senza saper mettere bene una parola accanto all'altra; ma la notizia va data e richiede qualche urgente accertamento.

Le parole testuali scritte intorno alle 21 sono "Quando verra' il momento spieghero', quello che un pirla qualsiasi ha scoperto, e che tutti si domandano: di chi e' quel dna, perche' incastrare proprio Bossetti, chi ha ammazzato Yara". Il commento è apparso a nome di "Luca Luca Matteja", ricorrente nei gruppi social che si battono per l'innocenza di Massimo Bossetti. Dal testo sembra che l'autore possa essere a conoscenza di fatti importanti mai portati finora a conoscenza dell'autorità giudiziaria, tant'è che annuncia sibillinamente che intende rivelarli "Quando verrà il momento".

querela Brescia

Rigoroso ma col sorriso, una carriera ed esperienze autorevoli, Enrico Fischetti, il presidente della Corte d’Assise d’appello che sta giudicando a Brescia il muratore Massimo Bossetti per la morte di Yara Gambirasio, è stato suo malgrado protagonista di una guerra fra toghe. Aveva ragione: secondo il Consiglio di Stato, era stato scavalcato infatti dal Csm con un “evidente difetto di trasparenza e linearità”. Ci sono sentenze importanti nella sua storia professionale, che non è stata scalfita nemmeno da una recente denuncia per falso e frode processuale, subito ritenuta infondata.

Libro di Salvo Bella: dubbi sulla data della morte di Yara.Yara Gambirasio era forse viva fino al 10 gennaio 2011, due mesi e mezzo dopo la sparizione misteriosa, avvenuta a Brembate di Sopra il 26 novembre 2010. Può essere più di una ipotesi, pur smentita debolmente dagli esiti dell’autopsia, perché ad affermarlo sono stati i più alti inquirenti che indagavano sull’inquietante caso. Sarebbe solo una importante conferma, perciò, la foto satellitare, presentata al processo d’appello, dalla quale sembra che il 24 gennaio 2011 il cadavere della ragazza non fosse a Chignolo d’Isola nel campo dove fu poi ritrovato il 26 febbraio.

La questione del giorno della morte di Yara è entrata tardivamente nella vicenda giudiziaria, proprio da una settimana, nel processo d’appello che si celebra a Brescia per decidere dell’ergastolo inflitto in primo grado a Massimo Bossetti. La sentenza in discussione si basa sulla “certezza” che la ragazza fu uccisa subito proprio nel campo di Chignolo, ma fa acqua da molte parti e suscita enormi interrogativi.

Il “giallo” era stato documentato nel libro “Yara, orrori e depistaggi”, una inchiesta del giornalista Salvo Bella pubblicata a febbraio del 2014. Il libro evidenziava che il 10 gennaio 2011 il questore Vincenzo Ricciardi aveva dichiarato “Noi lavoriamo perché vogliamo riportare a casa Yara viva, e ci riusciremo, basta un pizzico di fortuna”. La stessa cosa aveva detto un mese prima il procuratore aggiunto di Bergamo Massimo Meroni.

Nonostante tali evidenze sorprendenti, al dibattimento in Corte d’Assise non furono chiesti lumi a Bella e soprattutto ai due alti inquirenti, le cui dichiarazioni non sono state mai smentite.

La battaglia in corso in secondo grado da parte della difesa di Massimo Bossetti, che punta ora sull’immagine rivelatrice del satellite WorldView-1, manca dunque, tuttora, di quegli elementi probatori rivelati da un giornalista più di tre anni e mezzo fa, che non essendo entrati nella sentenza di primo grado resteranno fuori, sorprendentemente, anche da questo secondo processo.

Caratteristiche del satellite WorldView 1BRESCIA - Immagini satellitari rivelatrici di un nuovo scenario sulla morte di Yara Gambirasio oppure inutili per far cancellare l’ergastolo a Massimo Bossetti? C’è sulle riprese satellitari una sorta di misterioso gioco delle tre carte: non ne esistevano secondo la Procura di Bergamo, anzi erano inutili, ma la Procura generale ne ha tirato fuori adesso a sorpresa, come da un cappello magico, per sminuire l’importanza eventuale di questi mezzi di prova. La questione, appena emersa venerdì scorso all’apertura, sarà oggetto di discussione al processo in corso in Corte d’Assise d’appello, dove domani avrà la parola la difesa.

I difensori di Bossetti, com’è noto, con i motivi aggiuntivi d’appello hanno consegnato ai giudici una foto ripresa alle 10,41 del 24 gennaio 2011 nel campo di Chignolo d’Isola: essa proverebbe che non c’era il cadavere di Yara, poi scoperto proprio lì il 26 febbraio 2011 da un aeromodellista. La sentenza di primo grado sostiene invece che la ragazza morì lì la sera della sparizione, il 26 novembre 2010. Com'è possibile?

carabinieri processo BossettiBRESCIA - Alla prima udienza del processo d’appello a Massimo Bossetti per la morte di Yara Gambirasio, cominciato ieri, si sono trovati uno accanto all’altro studenti di giurisprudenza - che spesso seguono i processi per imparare -, pensionati desiderosi di impegnare alcune ore in un modo insolito e soprattutto innocentisti e colpevolisti, animatori di gruppi Facebook e blog, persone in buona fede accorse per vedere Massimo Bossetti ma anche altre (poche per fortuna) intenzionate ad apostrofarlo; e pure millantatori, pseudo investigatori e sedicenti esperti di diritto, con l’interesse di farsi vedere e poter dire ad altri, come accadde per il processo di primo grado, “Ma tu che ne sai, io ho seguito le udienze, sono un testimone del popolo”; come se la presenza a un processo conferisca chissà quali patenti.

Prima e dopo l’udienza di ieri, oltre ai pochi giornalisti di professione, che sappiamo informare computamente pur con diversità di opinioni, così da poter soddisfare tutti i palati, improvvisati cronisti di giudiziaria hanno avuto il loro momento di gloria nel farsi fotografare e raccontare agli amici per telefono.

All’udienza ha partecipato pure un nutrito gruppo di uditrici giudiziarie, avvenenti giovani sedute in bella mostra alle spalle della Corte, chiamate a istruirsi sulla procedura penale: al loro arrivo, alcuni giornalisti abbiamo maliziosamente commentato in sordina “sembra una sfilata di candidate miss”.

Prima ancora che l’udienza fosse chiusa, alle 19,15, sono cominciati gli scontri fra colpevolisti e innocentisti, divisi in gruppi Fb pubblici, chiusi e segreti; molti incapaci di discernere persino tra le nostre informazioni tecnico-professionali e le opinioni, pronti a sottoporci alcuni ad interrogatorio per sapere da quale parte stessimo.

Il processo Bossetti non è, tuttavia, in questo folclore di un’opinione pubblica che da oltre sei anni vorrebbe conoscere la verità sulla misteriosa morte di Yara Gambirasio ma si trova disorientata sia dalla sentenza di condanna di Bossetti sia dal predicozzo di soloni pronti a piangere o cantare vittoria; a giudicare la qualità del lavoro, sicuramente impagabile, degli avvocati difensori, per esaltarli o denigrarli; a sostituirsi alle Corti in ardite e stupidocche valutazioni delle procedure e delle prove che persino i giudici più esperti e di esperienza faticano ad effettuare.

Ognuno è libero di esprimere il proprio parere in base alle competenze personali. Ora però è solo la Corte d’Assise d’appello di Brescia a dover giudicare Massimo Bossetti; e le motivazioni di ogni suo provvedimento potranno essere poi commentate non con l’emotività di “testimoni del popolo” ma con la scienza che richiede il punto di vista del diritto, lo stesso che ha visto anche ieri impegnati rigorosamente gli avvocati di Bossetti per averne riconosciuta l’innocenza.

processo Bossetti BresciaBRESCIA - La richiesta della difesa di ripetere gli accertamenti sul dna che hanno incastrato Massimo Bossetti sarebbe inutile: secondo il procuratore Marco Martani, infatti, la sostanza fu consumata passando da un laboratorio all’altro, centoquattro in tutto, come dire migliaia di mani, in Italia e all’estero, che in modo sconcertante esaurirono il materiale biologico, determinante ai fini della prova.

La prima udienza del processo di secondo grado per la morte di Yara Gambirasio, che si è svolta ieri, com’è noto, in modo del tutto ordinato e sereno, ha permesso all’accusa di esporre una lunga analisi, durata parecchie ore, dei motivi di appello. La requisitoria, conclusasi con la richiesta di conferma dell’ergastolo, può aver messo a segno qualche gol per la capacità di eventualmente suggestionare la giuria popolare (tre donne e altrettanti uomini, tutti attentissimi). Gli elementi sciorinati non ci sono parsi tuttavia di particolare interesse giuridico, ma basati su supposizioni logiche e in alcuni casi contraddittorie.

La mancata ripetizione della perizia sul Dna non avrebbe leso, secondo il procuratore, i diritti della difesa: il dna mitocondriale sarebbe processualmente di scarso interesse; l’utilizzo di kit reagenti scaduti da parte del Ris di Parma irrilevante, poiché le date dei limiti di utilizzo vengono apposte solo per “scopi commerciali”. Al luminare genetista Gill, inoltre, non sarebbe stato chiesto di valutare il lavoro svolto in Italia sulle tracce di dna e le sue osservazioni si riferiscono a tracce molto modeste da fugace contatto e non da versamento abbondante come nel caso in discussione.

A questo “versamento abbondante” ricordato dall’accusa non va a corrispondere nemmeno dal punto di vista logico che le attività di laboratorio e le conclusioni furono “ineccepili”: lo stesso procuratore ha ammesso infatti che “fu necessario ampliare le analisi in modo inusuale”, una conferma che lascia a dir poco perplessi sulle modalità di spendere nelle indagini denaro pubblico e soprattutto di garantire i diritti della difesa.

appello BossettiBRESCIA - L’accusa si oppone a nuove indagini richieste per provare che la condanna all’ergastolo di Massimo Bossetti per l’uccisione di Yara Gambirasio è un errore. Il secondo processo, cominciato oggi a Brescia in Corte d’Assise d’appello, dalla prima udienza è entrato subito nel vivo, in toni minori ma dagli esiti provvisori che non aggiungono nulla di nuovo alla contrapposizione dura fra le Procure e la difesa, che fra una settimana potrà passare all'attacco.

Sono state dieci ore di udienza che il presidente della Corte, Enrico Fischietti, ha amministrato con saggezza, assicurandone uno svolgimento sereno. Può essere la principale nota positiva di un processo che si annunciava caldo e caratterizzato da polemiche ed è filato invece al primo giorno liscio e con ordine anche per l’afflusso di pubblico, regolato diligentemente e con garbo da carabinieri del comando provinciale. Al di là di questa riflessione, per la cronaca è già noto che il presidente della Corte ha aperto poco dopo le 9 il processo riassumendo la sentenza di primo grado e i motivi degli appelli, il primo degli avvocati Claudio Salvagni e Massimo Camporini, che chiedono l’assoluzione di Bossetti, e gli altri della Procura di Bergamo e di quella generale di Brescia, che chiedono invece la parziale riforma della sentenza di primo grado per confermare l’ergastolo e condannare l’imputato anche per calunnia di un compagno di lavoro, reato dal quale era stato assolto in primo grado.

S’è aperto quindi il dibattimento, con la requisitoria del pubblico ministero, l’avvocato dello Stato Marco Martani, apostrofato all’improvviso da Bossetti: “Non dica idiozie”. Bossetti all’arrivo in aula era apparso assai smagrito e aveva ottenuto, su sua richiesta, di sedere accanto ai difensori. La moglie Marita Comi sedeva in una delle prime file, dietro gli avvocati; la madre Ester Arzuffi assai indietro, tra la folla. Le due donne non sono state viste scambiarsi alcuna parola, ma Ester ha mandato a Marita un rosario attraverso una nostra collega.

In sostanza l’accusa - di cui ricalcano pienamente le posizioni le parti civili - ha discusso la sentenza di primo grado, ritenendola ineccepibile e facendo proprie le conclusioni del sostituto procuratore Letizia Ruggeri, in base alle quali sarebbero da respingere tutti i motivi d’appello della difesa, alcuni per avere dichiarata la nullità di molte ordinanze e quella principale per ottenere il rinnovamento dell’istruttoria con una nuova perizia sulle tracce di dna rilevate su alcuni indumenti di Yara, attraverso le quali si è pervenuti alla sentenza di condanna. Nulla di nuovo, dunque, sotto questo aspetto, com’era prevedibile: secondo il pm non ci sarebbero novità nelle richieste dei difensori, i cui motivi di appello sono stati definiti fantasiosi e campati in aria.

Sorprendente è stata invece la richiesta del sostituto Pg di dichiarare inammissibili i motivi aggiuntivi di appello presentati dai difensori di Bossetti il 15 giugno. Essi riguardano immagini satellitari del punto in cui il 26 febbraio 2011 fu rinvenuto a Chignolo d’Isola il corpo senza vita di Yara. La sentenza di primo grado ha sostenuto che la ragazza fu uccisa la sera stessa della sparizione e nel luogo stesso del ritrovamento; ma tali immagini proverebbero una verità diversa e che quel corpo non era lì il 24 gennaio 2011. Di parere diverso è l’accusa, secondo la quale la scarsa risoluzione delle foto non consentirebbe alcuna deduzione. In ogni caso, la richiesta andrebbe respinta per una questione di lana caprina: i motivi aggiuntivi dovevano essere presentati infatti almeno quindici giorni prima dell’apertura del processo, ma sarebbero stati depositati con un giorno di ritardo.

Fra una settimana, il 6 luglio, sarà la volta della difesa.

bavaglioC’è un nuovo bavaglio, una sfida al diritto del pubblico di vedere e sentire il processo di secondo grado a Massimo Bossetti per la morte oscura di Yara Gambirasio. Telecamere, microfoni e macchine fotografiche saranno proibite in aula. Questa decisione oscurantista della Corte d’Assise d’appello di Brescia arriva a una settimana dal processo nel quale si deciderà la sorte di un uomo che è condannato all’ergastolo ma potrebbe essere il capo espiatorio di una delle più misteriose vicende giudiziarie degli ultimi cinquant’anni: non c’è, secondo i giudici, interesse pubblico.

Claudio SalvagniBRESCIA - Accertamenti su un dna da ripetere o processo direttamente a sentenza, Massimo Bossetti da mandare assolto o da lasciare all’ergastolo sulla base di un solo indizio grave ma controverso? Da domani a Brescia si entra nel vivo di uno dei più discussi casi giudiziari degli ultimi cinquant’anni, col processo d’appello per la morte di Yara Gambirasio; ma nessuno può rispondere ancora a quei drammatici interrogativi.

Bossetti, come ha annunciato, vuole essere in aula accanto ai suoi avvocati. Non ha nulla da temere: non conosceva Yara, non l’ha mai incontrata, non l’ha uccisa, non ha mai fatto male a nessuno. Ai giudici rivolge solo una supplica: ripetano gli accertamenti, perché le tracce di dna rilevate sugli slip della ragazza non sono state lasciate da lui.

Le modalità strane di svolgimento delle indagini, numerosi depistaggi, la spettacolarizzazione dell’arresto con ripresa televisiva dopo che era stata spesa dall’accusa una caterva di denaro, e persino interessi politici, fanno ritenere che Bossetti è innocente.

bossetti 3Massimo Bossetti torna il 30 giugno davanti a una Corte, quella d'Assise d'appello di Brescia, per continuare a protestare la sua innocenza. In carcere da tre anni e con una condanna all'ergastolo, è il capro espiatorio di indagini tarocche sull'omicidio di Yara Gambirasio, un delitto che rimane profondamente oscuro: dove e come morì fra il 2010 e il 2011 la povera ragazza, per quali motivi e per mano di chi è infatti un mistero, pur avendo speso milioni di euro. Non c'è nemmeno la certezza che si sia trattato di un omicidio volontario e gli unici elementi in mano sono tracce di dna controversi e un improbabile assassino che fa comodo per soddisfare la sete popolare di giustizia e garantire qualche importante carriera.

violenza fra viciniIl bullismo del cosiddetto vicinato sfugge ancora a una specifica valutazione anticrimine, pur essendo all’origine di molti omicidi. Il problema del bullismo nelle scuole - che esiste da sempre - è stato finalmente riconosciuto come tale e ha ricevuto, e riceve ancora, per fortuna, molta attenzione, ma nessuno si accorge, però, del fenomeno in un certo senso analogo tra gli adulti, sebbene si manifesti spesso con fatti gravissimi.

Quando si parla di buon vicinato o di cattivo vicinato si pensa subito che ci si trovi di fronte a piccoli contrasti tra vicini di casa o tra condomini, la cui convivenza non è pacifica per ragioni futili. In verità, il fenomeno è molto più complesso e più grave di quello che appare o di quello che molti possono intuire. Spesso, all'interno di un vicinato, c'è un soggetto o un nucleo familiare più debole che viene fatto oggetto di continue angherie, vessazioni da parte di un altro soggetto o di un altro nucleo familiare più forte e prepotente.

Francesco CarboneDenunce insabbiate su appalti illecitii, mafia di Stato e associazioni per delinquere nelle istituzioni: sembrano ingredienti di un film poliziesco, ma invece è il tema caldo di una battaglia che un palermitano, Francesco Carbone, 41 anni, conduce dal 2008. “Archiviano sistematicamente tutto ma nessuno - dice - mi vuole processare per calunnia”.

Dal 2001 al 2008 Francesco Carbone fu dipendente di una impresa espletante il servizio postale in appalto al Centro Meccanograiuco di Verona. In quegli anni e in quel contesto scoprì numerose anomalie e cominciò a denunciarle alla guardia di finanza. Non erano, come ricorda, chiacchiere, ma fatti, che suffragava anche con documenti, foto e video, inerenti presunti illeciti per evasione fiscale, lavoro in nero, carenze nella igiene e nella sicurezza.

processo Bossetti

La rivista “Il Delitto” (www.ildelitto.it) , di politica, cronaca, indagini, prevenzione e repressione del crimine, seguirà a Brescia in aula le udienze del processo d’appello a Massimo Bossetti, che comincerà venerdì, per analizzare gli sviluppi della controversa vicenda giudiziaria.

“Pensiamo di compiere una valutazione attenta e chiara del processo - ha detto il giornalista Salvo Bella, inviato con alcuni colleghi - anziché la cronaca”. La rivista “Il Delitto” ha lo stesso nome di una collana di Gruppo Edicom che all’inizio del 2014 ha accolto il libro di Bella “Yara, orrori e depistaggi”. Il giornalista, quando ancora non era stato arrestato Bossetti, poi condannato in primo grado all’ergastolo, ha aspramente criticato le indagini sulla morte di Yara Gambirasio.

   

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