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Commercianti, ex carabinieri e poliziotti, cronisti e molti cittadini non ne possono più di subire aggressioni e minacce e di essere lasciati indifesi dallo Stato, che attraverso commissariati di polizia e prefetture arrivano a disarmare le vittime, ritenute spesso "senza pericolo" fin quando non vengono assassinate. Da Torino a Catania, gioiellieri o frmacisti sono costretti a lavorare blindati; e sono innumerevoli le intimidazioni a giornalisti per tentare di mettere il bavaglio all'informazione, impegnata oggi non solo sul fronte della criminalità tradizionale ma anche su quello, non meno grave, della corruzione e del terrorismo.

Ha suscitato comprensibile sdegno l'incriminazione, per eccesso colposo, del benzinaio Graziano Stacchio di Vicenza, che per difendere la propria incolumità e quella di un gioielliere durante un tentativo di rapina ha sparato verso il basso uccidendo un malvivente. C'erano tutte le condizioni per potere procedere, con ragionevolezza, al proscioglimento immediato del cittadino, che aveva agito in stato di necessità, impedendo che un reato in corso venisse portato a più estreme conseguenze.

Il risultato è stato che il gioielliere Roberto Zancan, che in passato era stato preso di mira dai criminali ma era rimasto del tutto indifeso, ha dovuto chiudere per sempre amaramente bottega.

Almeno trenta imprenditori su cento sono, secondo Confcommercio, minacciati nell'area del capoluogo lombardo, ma il numero può ritenersi assai pù elevato tenendo conto pure dei casi che non vengono denunciati per paura e col ragionamento "tanto non mi difende nessuno". Prese di posizione sono giunte tempestivamente da parlamentari della Lega, ma ad esse se ne dovrebbero aggiungere altre più dure.

Anche i giornalisti che si occupano di cronaca nera non hanno adeguata tutela da parte dello Stato. La classifica annuale di Reporter Sans Frontières sulla libertà di stampa, resa nota da Ossigeno per l'Informazione, colloca l'Italia al settantatreesimo posto (prima era al quarantanovesimo) sui 180 Paesi presi in considerazione per le intimidazioni subite da cronisti.

In questa materia delicatissima sono innumerevoli i ricorsi contro le Prefetture, che negano il porto d'armi per la difesa personale anche a chi, avendolo già, non ne ha abusato, persino ad ex poliziotti che fino al giorno prima di andare in pensione hanno combattuto la malavita in zone ad alto insediamento criminale di tipo mafioso, ndranghetista e camorrista. A Legnano un alto funzionario di polizia è arrivato a far negare paradossalmente il titolo perché il giornalista offre di sè "una immagine di persona forte e determinata che non si fa intimidire", poiché ricevuto per posta un proiettile con un biglietto di minacce l'ha consegnato ai carabinieri invece di telefonare al 113..

La spending revue ha portato a un depauperamento delle forze dell'ordine e il "riordino" del settore, oltre ad aggravare il lavoro di carabinieri e agenti di polizia, già duramente impegnati a difesa della legalità, ha degli effetti non indifferenti sul territorio. La situazione della sicurezza è sempre più a rischio proporzionalmente con l'invasione ormai incontrollata di extracomunitari, che finiscono inglobati dalla malavita o comunque delinquono per necessità di sopravvivenza. La diffusione dell'islam estremista e la recente strage terroristica al giornale francese Charlie Hebdo - e altri fatti successivi -hanno evidenziato addirittura che nessun giornalista può essere ritenuto al sicuro se semplicemente esprime nei suoi scritti delle considerazioni su Maometto; e che il rischio gli può derivare semplicemente perché giornalista, persino da parte dell'insospettabile straniero che vive nello stesso condominio.

L'esigenza di contenere la diffusione delle armi è ovviamente condivisibile, ma non può confliggere col diritto di potere difendere il bene prezioso della vita da chi lo insidia, colpendo chi per la propria attività costituisce obiettivo della malavita. Gli organismi delle categorie interessate devono efficacemente intervenire, perciò, perché il ministro degli Interni Angelino Alfano prenda atto che molti cittadini sono esposti permanentemente e concretamente a rischi gravi per la propria incolumità solo in dipendenza della professione o dell'attività svolte, senza dover attendere che tentino di ammazzarli; dia un segno forte contro chi delinque e giornalmente cerca di condizionare i commerci e l'informazione, dando alle Prefetture opportune disposizioni, in modo che a ben determinate categorie di cittadini di assoluta buona condotta sia concesso, senza arzigogolamenti astrusi, il diritto di difendersi.

Gaetano Alemanni

 

Il commissariato di polizia di Sanremo ha trattenuto per sei ore, fino alle tre di notte, l’autore televisivo e regista Giuseppe Longinotti, dopo che era riuscito ad entrare al Festival canoro spacciandosi per il fantomatico Senatore Codazzo, il personaggio inventato per alcuni esilaranti servizi di successo della trasmissione televisiva “La gabbia” condotta ogni domenica sera da Gianluigi Paragone su La7.

Longinotti dovrà rispondere di usurpazione di titoli e di onori, reato previsto dall’art. 498 del codice penale. L’obiettivo di voler tutelare a ogni costo gli interessi della casta politica, di cui Longinotti denuncia all’opinione pubblica e mette in ridicolo i privilegi, è emerso nella vicenda in modo sconcertante: l’autore infatti, dopo essere stato riconosciuto, vista peraltro la sua notorietà, e dopo aver collaborato pienamente per la sua identificazione è stato inspiegabilmente perquisito e infine privato della libertà personale con l’accompagnamento in ufficio, senza che ve ne fosse il bisogno.

Siamo all’evidenza assoluta dell’impatto cancerogeno dell’amianto nelle tubazioni sulla popolazione, perché i soggetti esposti assorbono questo amianto sia per via inalatoria che per via gastro-enterica: lo afferma Vito Totire, presidente dell’Associazione esposti amianto e rischi per la salute, in un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo

Il rischio riguarderebbe in Italia circa centomila chilometri di tubazioni, di cui 1650 solo nell’area di Bologna e del suo hinterland: una dimensione spaventosa. Solo a Carpi sarebbero state rilevate centosessantamila fibre di amianto per litro d’acqua, ma con un metodo di analisi che sottostima fortemente i pericoli: il 99% dei campionamenti sono stati infatti eseguiti in microscopia elettronica a scansione, alcuni addirittura in microscopia ottica, metodo assai riduttivo rispetto a quellostatunitense, che prevede invece l’utilizzo della microscopia elettronica a trasmissione e anche un’azione di scuotimento forte del campione prima dell’analisi.

Toti sollecita un intervento di bonifica radicale urgente per escludere totalmente le sostanze cancerogene dal ciclo produttivo al ciclo alimentare.

 

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Le indagini sulla misteriosa morte di Elena Ceste, 37 anni, sono pervenute a una svolta con l'arresto del marito Michele Buoninconti, eseguito dai carabinieri di Asti su provvedimento del gip Giacomo Marson con le accuse di omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere, avvenuto, dicono gli inquirenti, lo stesso giorno della scomparsa della donna. L'uomo avrebbe commesso il delitto perché ossessionato dalla gelosia.

La casalinga era sparita da casa il 24 gennaio 2014 a Costigliole d'Asti e il suo corpo è stato poi ritrovato casualmente il 18 ottobre in un canale di scolo poco distante dalla sua abitazione. Il marito, un vigile del fuoco, ha sempre sostenuto che Elena Ceste gli aveva confidato nella notte di ritenersi perseguitata da sconosciuti; in mattinata, dopo avere accompagnato i figli a scuola, ne aveva scoperto gli abiti abbandonati nel cortile di casa. Cercando di indirizzare le indagini verso presunti molestatori della donna, l'uomo ha sempre più attirato su di sé i sospetti degli inquirenti, con comportamenti contraddittori. Gli accertamenti medico legali sui resti del cadavere, rinvenuto in avanzata decomposizione, non hanno permesso di stabilire le esatte cause del decesso, ma hanno appurato che la donna non è morta annegata e nemmeno a causa del freddo e che il corpo è stato trasportato nel canale quand'era ormai privo di vita.

A far commettere a Michele Buoninconti l'omicidio sarebbe stata la gelosia: l'uomo, infatti, era ossessionato dai contatti che Elena manteneva per telefono e su Facebook con amici ed ex compagni di scuola.

Un proiettile non può costituire pericolo se chi lo riceve un venerdì per posta con un biglietto di minacce non chiama subito il 113, ma lo consegna il lunedì con una denuncia ai carabinieri del luogo dov’è accaduto il fatto: non si tratta di una massima giurisprudenziale, ma lo sostiene a Legnano un alto funzionario di polizia in atti diretti al Prefetto di Milano, a sviluppo di una questione insorta dopo che lo stesso funzionario, in relazione con un altro episodio riguardante questa rivista e la casa editrice Gruppo Edicom, aveva affermato falsamente che le minacce riguardanti il mio libro “Yara, orrori e depistaggi” erano scaturite da un mio comportamento professionale deontologicamente scorretto, in quanto, quale direttore del “Giornale di Bergamo”, avrei utilizzato per altri scopi informazioni che secondo un “benefattore” dovevano servire per identificare gli assassini della povera ragazza di Brembate di Sopra e per questo avrebbe messo a mia disposizione ventimila euro. Ma col “Giornale di Bergamo” non ho avuto mai rapporti e tanto meno con il “benefattore”, come si può leggere nell’articolo “Da Paolo Borsellino a Yara Gambirasio a Legnano”.
Dopo la presentazione di un esposto, il 22 gennaio il funzionario si è tardivamente scusato nel suo ufficio, dove mi aveva invitato con una lettera inviata a un indirizzo “curiosamente” sbagliato e pervenutami solo per caso: “Ho sbagliato, ma...”. Quel “ma” ha introdotto l’annuncio di avere comunque espresso giudizi negativi, con alcuni bizantinismi; uno, in particolare, è quello attinente la mancanza di pericolo nella ricezione di altre minacce, di cui una accompagnata da un proiettile, perché consegnato ai carabinieri anziché a lui con preavviso al 113, cioè al soccorso pubblico di emergenza.

Salvo Bella

 

Paolo Borsellino Yara BorsellinoSapete che cosa sarebbero le minacce per il mio libro “Yara, orrori e depistaggi” uscito a febbraio nella collana di libri connessa con questa rivista? Prima di leggere la risposta vale la pena di premettere che mi duole dovere scrivere una nota personale su una vicenda che mi riguarda anche direttamente; ma lo faccio comunque perché c’è un interesse pubblico a conoscere che cosa può accadere in taluni uffici dello Stato a qualsiasi cittadino alle prese con i meandri oscuri della burocrazia, nei quali non è agevole metter naso nemmeno per sapere che cosa viene propalato sul proprio conto.

Allora, che cosa sarebbero le minacce rivoltemi nei primi mesi dell’anno per la mia inchiesta giornalistica raccolta nel libro su Yara? Solo la rivendicazione di una persona che avrebbe da lamentarsi per la mia “deontologia professionale”, avendo io utilizzato per il libro notizie che l’autore delle minacce avrebbe in qualche modo affidato proprio a me per motivi contrari al suo intento di benefattore. Discorsi di bar, si penserà, anche sotto l’effetto di qualche birra in più; ma udite udite: ad affermarlo dall’alto del suo ruolo, e con confacente sicumera, è stato invece a Legnano un alto funzionario di polizia; e non l’ha fatto per niente in un bar ma in una cosiddetta informativa del giorno 8 settembre 2014 alla Questura di Milano e in ultimo diretta al Signor Prefetto.

Una domanda inquietante al Ministro degli Interni Angelino Alfano

Ma sentite sentite. Scrive l’alto funzionario che l’autore delle minacce “ha offerto tramite il giornale del quale il richiedente è direttore, una ricompensa a chiunque potesse fornire informazioni sul delitto di Yara Gambirasio”. Ciò risulterebbe persino da quanto “asserito nelle mail scambiate”.

Giornale di Bergamo

Ora, non solo in tale email risulta ben altra cosa, ma anche dagli atti documentali che il pubblico ufficiale aveva in esame, cioè che l’autore delle minacce aveva messo a disposizione ventimila euro affidandoli non a me e nemmeno a “Il delitto”, bensì - e si tratta di un fatto notorio, essendone stata data ampiamente notizia dagli organi di informazione - al quotidiano “Giornale di Bergamo” insieme con l’incarico al suo direttore Carlo Quiri di raccogliere eventuali informazioni sul delitto attraverso un’utenza telefonica attivata espressamente da quel giornale.

Un così grave travisamento di fatti (falsità ideologica del pubblico ufficiale), con affermazioni confusionarie e inveritiere, fa temere che il funzionario sia stato spinto da interessi diversi da quelli da cui per legge doveva lasciarsi guidare, ond’è che si scorge un eccesso di potere consistente nell'uso di un tipo legalmente scorretto di valutazione, mettendo scientemente in cattiva luce le qualità personali e professionali mie nonché di questa rivista dinanzi ad altri organismi dello Stato. Si può anche cogliere una sorta di solidarietà verso altri funzionari di polizia dei quali nel mio libro in questione sono evidenziati presunti depistaggi nelle indagini sul delitto Gambirasio e persino in quelle sull’uccisione del giudice Paolo Borsellino.

Da Palermo, a Bergamo a Legnano, la tecnica del depistaggio fa scuola in polizia. “Non c’è dunque da meravigliarsi - ho scritto nel libro - se in Italia le indagini possono essere manipolate da chi dovrebbe condurle nel rispetto assoluto della verità”.

Il fatto che in un ufficio di notevole e sensibile importanza, presidio di democrazia, correttezza, trasparenza e legalità possa operare un funzionario così distratto – e persino pervicace da non scusarsi - è davvero preoccupante. Che cosa l’ha spinto, dunque, ad affermare fatti contrari al vero? Sarebbe opportuno che il Ministro degli Interni on Angelino Alfano curi di avere una risposta a questa inquietante domanda.

Salvo Bella

FavaLa sera del 5 gennaio 1984 mi fu sottratta la cronaca sull’uccisione di Giuseppe Fava, per depistare lanciando la falsa tesi passionale sul delitto. Sono passati 31 anni e sono finiti dimenticati gli atti con molti elementi importanti sui quali avevano fatto luce i carabinieri con indagini che vertevano su fiancheggiatori e veri mandanti, rimasti poi ignoti; ma chi sa continua ad avere paura e si continua a cogliere segnali sibillini perché stia muto chiunque possa avere ancora qualcosa da dire.

Fra le 21 e le 22 i cronisti di nera smettevano di lavorare e andavano via dal giornale, lasciando tutto in carico a un solo redattore che da quel momento assumeva la responsabilità per tutti i fatti urgenti, ininterrottamente fino alle 14 dell’indomani. In base ai turni prestabiliti, il 5 gennaio 1984 avevo io quel compito di restare per la notte in sede e l’organizzazione del lavoro richiedeva che uno dei colleghi smontanti, trovandomi io in quel momento inviato, si fermasse fino al mio rientro. Quella sera la procedura fu osservata, ma solo apparentemente.

Catania e provincia erano scosse da innumerevoli omicidi che, a tutte le ore, mi portavano da un luogo all’altro per il mio lavoro di cronista sulla breccia. Rientrai alle 21,30 al giornale dal sopralluogo per un duplice omicidio fra Adrano e Bronte. Mi stavo occupando già di alcuni delitti commessi nella giornata, quando attraverso una telefonata di controllo alla centrale operativa della questura appresi che c’era appena stata una sparatoria davanti al Teatro Verga, da dove un ferito stava per essere trasportato all’ospedale Garibaldi.

La stranezza fu che ad attendere il mio rientro non trovai uno dei colleghi professionisti in servizio, ma un pubblicista – che pure lavorava da cronista – da mesi assente in convalescenza per avere subito degli interventi chirurgici al cuore. Era passato dalla redazione “in vista del prossimo rientro”, aveva invitato i colleghi smontanti ad andarsene tranquillamente, mi diede la disponibilità a occuparsi della sparatoria e si avviò. Subito dopo appresi che i colpi di pistola davanti al teatro erano stati esplosi contro Giuseppe Fava, morto durante il trasporto al pronto soccorso.

Mentre dalla mia Olivetti uscivano - inzuppati di lacrime - i fogli dei servizi sugli altri delitti, a notte il direttore-editore impartiva disposizioni al collega appena rientrato: un articolo breve, “data l’ora”, basso in prima pagina, nel quale si evidenziasse che Fava era stato ucciso forse per questioni di donne. Così mi trovai esautorato.

Alla proprietà era chiaro che a me non avrebbe potuto chiedere (“peccato questo suo carattere”) manipolazione alcuna, su tutto e in particolar modo sull’uccisione di Giuseppe Fava: non solo perché avevo lavorato con lui per molti anni ed era stato il mio primo maestro, ma innanzitutto perché il bavaglio al giornalismo libero era stato ampiamente annunciato dalla mafia, la prima ad averne avuto contezza era stata proprio la proprietà del giornale e si temeva da giorni un omicidio eclatante.

Salvo Bella

Elena Ceste, Michele BuonincontiIl ritrovamento del cadavere di Elena Ceste ha aggravato, come aveva sostenuto ieri il delitto.it, i sospetti a carico del marito Michele Buoninconti, che è indagato adesso per omicidio volontario e occultamento di cadavere. L’uomo rischia l’arresto per pericolo di inquinamento delle prove: avrebbe infatti esercitato pressioni sui figlioletti, con tono minaccioso (“Volete perdere anche me oltre la mamma?”), per non rivelare agli inquirenti che c’erano liti fra lui e la donna.

Dai suoi racconti emerge pacificamente che Michele Buoninconti sospettava, a torto o a ragione, che la moglie l’avesse tradito; ed è emerso pure con chiarezza che Elena, prima della sparizione, aveva confidato, al parroco e ad amiche di temere qualcuno, senza rivelare tuttavia chi fosse. “Sono – diceva – sulla bocca di tutti”, ma in paese nessuno era a conoscenza di fatti discutibili che riguardassero la donna, quasi che a ingenerare in lei ansia, tormenti e preoccupazioni gravi fosse stato per telefono qualche sconosciuto, mosso solo dall’intento di metterla in crisi e renderla dunque succube del marito. Ma chi può essere stato?

Sin dal momento della sparizione, avvenuta a Costigliole d’Asti il 24 gennaio, Michele Buoninconti aveva attirato su di sé sospetti con un racconto che sembra di fantascienza: avrebbe accompagnato infatti a scuola i figli e al ritorno non avrebbe più trovato in casa la moglie, i cui abiti erano ripiegati a terra nel cortile. Aveva poi insinuato, senza alcun fondamento, che la donna le aveva manifestato il timore che rapissero lei o i figlioletti e che fosse stata dunque sequestrata da un comune conoscente, oppure si fosse allontanata perché si vergognava delle proprie “relazioni”.

L'orrenda uccisione del piccolo Loris Stival a Santa Croce Camerina, nel Ragusano, suscita grande orrore e sgomento, sentimenti che l'atrocità del fatto obbliga una società civile a manifestare. Il candore stesso di un bambino suscita però anche quei profondi sentimenti di pietà che suggeriscono ancora una volta una riflessione sulla violenza e sul dolore dell'infanzia indifesa; suggeriscono anche il silenzio per rispettare padre e madre della piccola vittima, sottoposti invece a radiografie scellerate che non servono ad alcuno se non a soddisfare la morbosità di gente malata e le esigenze di spettacolarizzazione di una informazione che va diventando sempre più incompatibile con la professione di giornalista.

Altre volte è stato fatto scempio del diritto alla riservatezza, scavando impropriamente sulla vita di donne innocenti che non hanno commesso alcunché, com'è accaduto alla moglie di Massimo Giuseppe Bossetti, accusato di avere ucciso la povera Yara Gambirasio. In quel caso è dovuto intervenire anche il Garante della privacy con un'ordinanza per porre un freno a sconsiderati linciaggi.

Si comprende ora l'esigenza degli inquirenti, a Ragusa, di scavare fra telecamere e persino in cassonetti della spazzatura, come stanno facendo con acume e professionalità, per cercare di identificare un assassino; ma le analisi delle "cronache" sulla base di sole congetture anticipano colpevoli e processi, che non possono essere celebrati sugli schermi delle tv e sui giornali, soprattutto prima che le indagini siano state concluse. Senza pietà e silenzio si uccide per la seconda volta Loris.

Salvo Bella

 
Elena Ceste

Elena Ceste, la mamma di quattro bambini sparita il 24 gennaio a Costigliole d'Asti, era probabilmente già morta quando il suo corpo è stato abbandonato sotto i cespugli  in un canale di scolo del fiume Tanaro, dov’è stato scoperto giorno 18 da alcuni operai che ripulivano la zona. L’identificazione della donna è avvenuta attraverso l’esame del dna sui resti del corpo, che era ormai decomposto. Diventa ora più difficile, per una serie di motivi, la posizione del marito Michele Buoninconti: sebbene non sia indagato, infatti, non ha mai convinto il racconto che ha fatto della misteriosa sparizione, con modalità del tutto inverosimili.

Il marito, vigile del fuoco ad Alba, ha sempre sostenuto l’ipotesi di un allontanamento volontario o di un sequestro della donna, a opera di alcuno che Elena temeva e comunque da parte di uno spasimante. La notte prima della sparizione, la donna avrebbe avuto una crisi. In mattinata Michele accompagnò i figli a scuola e al rientro in casa non trovò più la moglie, ma solo i suoi occhiali da vista e gli abiti sparsi stranamente nel cortile antistante il cancello. Ma questo è il racconto del vigile del fuoco, che non consentito adeguate verifiche.

Senza troppo arzigogolare, è irreale che Elena si fosse svestita e avesse percorso nuda chissà quale distanza, ora chiarita dal ritrovamento del cadavere (di uno-due chilometri), senza che alcuno la vedesse.  Verosimile è invece che era stata uccisa in casa, forse strangolata, e l’assassino, prima di chiuderla nel bagagliaio di un’auto e trasportarla altrove, l’aveva spogliata per renderne poi più problematico il riconoscimento nel caso in cui in futuro il suo corpo fosse stato ritrovato: il modo più efficace, secondo l’assassino, era di sbarazzarsi del cadavere nell’acqua, che com’è noto decompone appunto i corpi ma non avrebbe potuto distruggere gli abiti.

L’ipotesi del suicidio sembra da escludere anche perché una persona viva non avrebbe potuto annegare nella modesta quantità di acqua presente nel canale. Ma chi ha ucciso Elena Ceste e perché? Ora le indagini ripercorrono a ritroso i minuti di quella tragica mattinata del 24 gennaio a Costigliole d’Asti, tenuto conto che la medicina legale non potrebbe dire ormai molto attraverso gli scarni resti del corpo, ridotti praticamente allo scheletro. Tutti gli spostamenti di Michele Buoninconti erano stati già ricostruiti, ma ci sono adesso elementi in più per verificarli con puntualità.

“Il tema della violenza di genere sarà una priorità del semestre di presidenza europeo. Questo governo è dalla parte delle donne”: l’aveva detto il 7 agosto il ministro degli Interni Angelino Alfano in una conferenza stampa per illustrare i risultati, secondo lui ottimi, ottenuti a un anno dalla legge sul contrasto alla violenza di genere (agosto 2013) e a cinque dalla legge sullo stalking (aprile 2009). La notizia si può leggere tuttora sul sito del ministero al link

http://www.interno.gov.it/mininterno/site/it/sezioni/sala_stampa/notizie/2098_500_ministro/2014_08_07_statistiche_reati_donna.html

peccato però che era solo uno spot, perché il semestre (quello italiano da luglio sino alla fine del 2014) non è altro che un ciclo di coordinamento delle politiche economiche e di bilancio nell'ambito dell’Unione Europea, che niente ha a che vedere con la criminalità e la violenza contro le donne, per cui non meraviglia che il ministro s’è scordato rapidamente dell’impegno preso tre mesi fa.

Secondo uno studio del ministero della Giustizia, Direzione generale di statistica, la durata media di un procedimento per stalking è di 587 giorni dalla data di prima iscrizione nel registro delle notizie di reato alla sentenza di primo grado; ed è di 711 giorni per i procedimenti definiti con rito ordinario anziché abbreviato o immediato. Si tratta di tempi più rapidi di quelli impiegati per i procedimenti penali riguardanti altri tipi di reati; ma se questo può essere considerato effetto di una sensibilità rilevante di polizia giudiziaria e magistratura, vero è anche che la maggior parte dei cosiddetti femminicidi, come rivelano attualmente le cronache, è preceduta da reiterate denunce di lesioni e minacce, sulle quali non s’è fatto in tempo a intervenire in modo efficace allo scopo di evitare le conseguenze più estreme.
Le Procure della Repubblica hanno dipartimenti o gruppi di lavoro che si occupano di delitti contro la famiglia, di pornografia e pedopornografia anche on-line. Ciò permetterebbe in teoria una trattazione spedita dei procedimenti in questione, che dopo una prima fase rapida finiscono però sommersi nel passaggio degli atti ai giudici per le indagini preliminari, i cui uffici non si occupano dei fascicoli selettivamente per tipi di reati. In altre parole, le modifiche intervenute nelle norme sullo stalking non hanno dato alla magistratura gli strumenti necessari per intervenire nei tempi che le situazioni richiederebbero e dunque con efficacia.

I dati più recenti sui femminicidi parlano di delitti in aumento e di una vittima ogni tre giorni; ma a quelli noti si aggiungono anche molti casi di donne sparite misteriosamente nel nulla o uccise da assassini che rimangono ignoti.

Salvo Bella

Matrix, Luca Palese

“Informazione tossica”, “prove fesserie”, “carta marcia”: così Paolo Liguori a Matrix, su Canale 5, ha attaccato i media che da quasi quattro mesi, dal momento del suo arresto, continuano a esercitare un linciaggio sull’imputato Massimo Giuseppe Bossetti, accusato di avere ucciso Yara Gambirasio: colpevole a tutti i costi, condannato senza che ci sia stato ancora un processo. Nell’inevitabile alterco con la collega Fiorenza Sarzanini del “Corriere della Sera”, il giornalista ha dato l’affondo: “Dovete finirla di ingerire bocconi avvelenati che vi danno gli inquirenti, di raccogliere carta marcia. Il cronista deve verificare le fonti e assumersi una responsabilità”.

Secondo Paolo Liguori, ci sono inquirenti che “lavorano adesso per coprire gli errori che hanno commesso nelle indagini”.

Il dibattito è stato preceduto da una intervista efficace di Luca Palese, conduttore di Matrix, a Marita Comi, moglie di Bossetti.  Palese, senza sconti, ha rivolto domande sui punti, uno per uno, che secondo l’accusa formano la serie di “indizi” a carico del muratore, spacciati per “prove” ma risultati chiaramente fantastiche congetture su comportamenti di vita normale: come il fatto che Bossetti passava spesso dalle parti della palestra davanti alla quale sparì Yara, che l'uomo si sottoponeva a qualche lampada solare in un vicino centro estetico, che possedeva due o tre telefonini, che aveva comprato un metro cubo di sabbia, che la moglie avesse due amanti e via dicendo.

Da Matrix è emerso praticamente che il linciaggio mediatico ai familiari di Bossetti, messo in luce su ildelitto.it da Gaetano Alemanni, sta risultando artificioso e strumentale: carta straccia accanto all’unico elemento davvero indiziario, che riguarda il dna trovato sugli abiti di Yara dopo il rinvenimento del cadavere, che apparterrebbe all’imputato. Sembra un’appendice alla trama denunciata nel mio libro “Yara, orrori e depistaggi”.

Salvo Bella

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi dice che va bene per lui prendere decisioni sulle riforme insieme con Berlusconi e con Verdini, il primo condannato e l’altro a giudizio per reati, ma non con i sindacati: “Decido io”.

I passaggi quotidiani di Renzi da un salotto televisivo all’altro stanno diventando una melassa, nel senso che siamo all’avanspettacolo dietro il quale si cerca di nascondere drammi; e intanto la politica non si taglia nemmeno un soldo e non la smette con le ruberie, i poliziotti comandati da funzionari per niente equilibrati prendono a manganellate altri lavoratori che protestano in piazza perché perdono il lavoro e il governo non fa nulla, anzi si occupa di andare a eliminare gli ultimi residui di diritti con la scusa di creare nuovi posti di lavoro; lo Stato si assolve dai suoi crimini come è accaduto per il povero Stefano Cucchi, torturato fino a morte mentr'era detenuto.

Aumentano in Italia disoccupazione e miseria, ma aumentano di pari passo anche i reati: perché molta gente alla disperazione si trova costretta a cercare qualche lira in qualunque modo e rischia di ammazzare o di finire ammazzata; il controllo del territorio non c’è più da tempo perché le forze dell’ordine non hanno nemmeno la possibilità di consumare benzina; gente disperata si toglie la vita o compie stragi per farla finita.

Cesare Romiti, che è stato in Italia uno dei più alti dirigenti di azienda, ha detto ieri durante la trasmissione “di Martedì” a La7 che non si sta facendo nulla per evitare il disastro e che “l'Italia non merita di finire al buio”. Ma Romiti, come tanti altri, è per Renzi ormai roba da rottamare; non ha senso ascoltarne qualche parola, perché è meglio andare in tv in maniche di camicia a fare teatrino.

   

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