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Buoninconti

Trent'anni di carcere: questa è la condanna che il giudice Roberto Amerio ha inflitto ad Asti in primo grado a Michele Buoninconti per l'uccisione della moglie Elena Ceste e l'occultamento del suo cadavere. Il tribunale non ha avuto dunque dubbi sulla colpevolezza del vigile del fuoco, che fino all’ultimo ha respinto le accuse, sintetizzando la sua difesa in cinque fogli letti in aula poco prima della sentenza: "Signor giudice - ha detto - io mi trovo davanti a lei senza un motivo vero, non c'è alcuna certezza che mia moglie sia stata uccisa e la procura non può provarlo, né ora, né mai, semplicemente perché non è accaduto. Ci vogliono le prove per condannare un uomo e la procura non le ha perché non esistono, non si può trasformare a piacimento un innocente in un colpevole, tra l'altro, di un omicidio che non c'è stato".

La sentenza ha accolto invece pienamente le conclusioni del pm Laura Deodato: aveva chiesto l’ergastolo, ridotto a 30 anni per il rito abbreviato.

Elena Ceste aveva 37 anni quando sparì dalla sua casa di Costigliole d’Asti la mattina del 24 gennaio 2014. Solo il 18 ottobre il suo cadavere fu scoperto a poche centinaia di metri dall’abitazione, nascosto in un canale. Il marito Michele Buoninconti aveva indirizzato sospetti su alcuni conoscenti e raccontato che la donna soffriva negli ultimi tempi di allucinazioni, convinta di essere perseguitata. Il 29 gennaio 2015 l’uomo è stato arrestato dai carabinieri a conclusione di laboriose indagini, condotte con scrupolo: gli accertamenti sul suo telefono hanno rivelato che si trovava nei pressi del canale poco dopo la sparizione della moglie e che sui suoi abiti erano rimaste tracce della fanghiglia schizzata al momento di scaraventare il corpo nel fossato. L’accusa ha sostenuto che l’uomo ha strangolato la moglie “avendo agito con premeditazione rappresentata dall’avere programmato e pianificato il delitto con perdurante volontà omicida, frutto di ferma e irrevocabile risoluzione criminosa”.

Mandato via da Roma, in quattro e quattr’otto e senza complimenti, il sindaco Ignazio Marino, può riaffiorare la speranza di una riscossa per la Capitale? Il Pd ha cercato inutilmente di dare a intendere che il primo cittadino fosse la causa di tutti i mali e che sostituirlo con un rispettabilissimo prefetto possa essere il toccasana; ma continua a non muovere un dito per sbattere fuori i delinquenti che si annidano indisturbati nei partiti, dal parlamento alle amministrazioni locali.

Si gridava allo scandalo quando molti anni fa Umberto Bossi definiva Roma ladrona: lo faceva con la sfacciata sicumera che fosse tutto limpido invece in Lombardia, dove pure si rubava senza ritegno e le associazioni mafiose estendevano i gangli nelle pubbliche amministrazioni; eppure Bossi nel dire Roma non sbagliava a puntare il dito su un bubbone colossale di malaffare che tutti si sono ostinati a negare come tutti hanno negato per decenni che la mafia a Milano esisteva. Nascondere il male è un principio del malaffare, negarne l’esistenza è una prassi che fa comodo a chi sta al potere, per non allarmare l’opinione pubblica e mantenerne o conquistarne il consenso.

“L’atteggiamento del Pd, del primo partito d’Italia e del governo verso Roma mi terrorizza. Hanno lasciato che la nave madre andasse allo sbando girandosi dall’altra parte” ha detto a “Il fatto quotidiano” l’attore Claudio Amendola. Non è stato un solo partito a chiudere gli occhi, ma il caso Marino è scandaloso soprattutto perché il sindaco di Roma era stato scelto proprio dal Pd, che gli aveva dato assessori e poi anche una sorta di benedizione dopo il colpo di “mafia Capitale”. Questa vicenda giudiziaria e politica ha messo a nudo il fango nel Pd e in altri partiti, ai quali non poteva sfuggire che da quel momento avrebbero avuto vita difficile i malfattori abituati a guazzare allegramente fra appalti e tangenti, un mondo di potere che Ignazio Marino aveva osato in qualche modo sfidare, incurante delle conseguenze alle quali poi sarebbe andato, ed è andato, incontro. Ancora più scandaloso è stato, perciò, il siluramento di Marino da parte del Pd.

Ai problemi della corruzione è direttamente legato lo sfascio della Capitale, che ha superato qualsiasi livello di sopportabilità, e la speranza di un riscatto può venire solamente dalle scelte coraggiose che i romani faranno alle prossime elezioni.

alfanoIl richiamo dell’on. Angelino Alfano ai Comuni per far lavorare gratis gli immigrati, in base a una sua sorprendente circolare dell’1 dicembre 2014, sta suscitando aspre e giustificate polemiche. Pretendere che alcuno presti senza compenso la propria attività “significherebbe - secondo Panorama - violare una norma effettiva, reale, quella che prevede che qualsiasi lavoro subordinato debba essere retribuito”. Non vengono risparmiate schermaglie fra il leader della Lega Matteo Salvini (che definisce il ministro dell’Interno “da scafista a schiavista”) e lo stesso Alfano (che replica al primo apostrofandolo “ignorante, fuoricorso”).

I centri accoglienza continuano a essere intasati con varie giustificazioni prevalentemente in Sicilia, dove sugli sbarchi degli immigrati si alimentano mangiatoie sulle quali sono in corso procedimenti da parte della magistratura.

Poveri diseredati, da Pavia a Ragusa, continuano a essere utilizzati come schiavi nelle campagne, senza che alcuno se ne occupi seriamente e con effetti disastrosi sugli operai italiani in cerca disperatamente di lavoro. L’on. Alfano dovrebbe disporre una volta per tutte con serietà perché siano stroncati gli schiavisti, emettendo le opportune circolari che impegnino in tal senso tutte le forze dell’ordine. Faccia lavorare piuttosto il personale del Ministero, che commette continuamente reati omettendo di rispondere entro i termini di legge ai ricorsi gerarchici dei cittadini, invece di legittimare uno sfruttamento degli immigrati non solo da parte delle cosche ma anche da parte della pubblica amministrazione.

bossetti 2Massimo Bossetti è l’assassino di Yara Gambirasio anche per il gup di Bergamo Ciro Iacomino, che ha deciso oggi rapidamente il rinvio a giudizio in una udienza preliminare alla quale era presente lo stesso indagato. Bossetti dovrà comparire il 3 luglio davanti alla Corte d’Assise per rispondere di omicidio aggravato dalle sevizie e crudeltà, dalla minorata difesa della vittima, e di calunnia, come chiesto dall’accusa, sostenuta dal pm Letizia Ruggeri.

Il giudice ha sbarazzato subito il campo dalle eccezioni e richieste sollevate dai difensori di Bossetti: la nullità del capo di imputazione in quanto presentava un doppio luogo di commissione del delitto, Brembate di Sopra e Chignolo d'Isola; e la nullità o l'inutilizzabilità degli accertamenti biologici sulle tracce di dna rinvenute sugli indumenti di Yara e attribuite all’indagato, perché compiuti dal Ris con lo strumento della delega di indagine e non, invece, con l'avviso alle parti.

La celerità della decisione e della data per il prossimo processo appaiono da un lato encomiabili in un Paese la cui giustizia è estremamente lenta; ma da un altro lato suscita qualche perplessità per il diniego di accertamenti più approfonditi sulle controversie scientifiche insorte a proposito di quella che viene ritenuta dall’accusa la “prova regina” contro il muratore di Mapello, cioè il dna. Il giudice dell’udienza preliminare, peraltro, era chiamato in questa fase a giudicare che non ci fossero elementi tali da potere escludere la colpevolezza, che dovrà poi emergere eventualmente al dibattimento in Corte d’Assise.

Bossetti, com’è noto, continua a protestarsi dal carcere innocente e sono state respinte tutte le sue richieste di remissione in libertà o assegnazione ai domiciliari.  

Claudio Giardiello, l'imprenditore che giovedì ha compiuto la strage al tribunale di Milano, era un uomo disperato: passando da una disavventura economica all'altra, aveva visto disgregarsi la sua famiglia, fallire la sua più importante impresa, sequestrare i suoi beni. Non aveva più nulla da perdere. Quando si determinano situazioni del genere è possibile che saltino anche gli equilibri mentali e che si diventi pericolosi per sé e per gli altri. Ma, mentre si discute sconcertati e allarmati di come sia stato possibile che un uomo entrasse armato al tribunale di Milano senza che alcuno se ne accorgesse, spargesse morte e si allontanasse quasi tranquillamente, si scopre che la sicurezza agli ingressi del palazzo di giustizia di Milano è affidata, grazie a un appalto milionario, a vigilantes disarmati, il cui compito potrebbe essere svolto con costi assai inferiori da semplici portieri.

Chi dovrebbe fermare i malintenzionati è disarmato, ma si lascia invece con grande leggerezza che un uomo in dissesto finanziario e psicologico possa continuare a detenere e portare legalmente un'arma, sebbene per uso di tiro a segno, e addirittura una pistola calibro 9,65 mm, in un modello che, tanto per capire, solo da pochi anni è ritenuto arma comune e non da guerra, pur essendo identica a quella in dotazione in Italia a carabinieri e polizia. Secondo quanto riportano alcuni quotidiani, proprio i carabinieri avevano consigliato di rivedere l’assegnazione a Claudio Giardiello dei permessi rilasciati dal 2011, che nessuno ha mai pensato tuttavia di ritirargli: il parere, peraltro non vincolante, fu infatti sorprendentemente ignorato, non si sa in base a quali valutazioni; i giornali scrivono da parte della prefettura, ma verosilmente dalla questura, che ha la competenza in materia di armi per uso sportivo.

Marco MarioliniScheletri e folle amore, ossessione e delitto non sono gli unici elementi del terrificante caso di Marco Mariolini, l’antiquario di Pisogne, in provincia di Brescia, che il 14 luglio 1998 uccise a Intra con ventidue coltellate, sul Lago Maggiore, la studentessa Monica Calò di Domodossola: lo sostiene Marco Marra nella puntata della trasmissione “Stelle nere” dedicata alla vicenda criminale, andata in onda sabato su RaiTre.

Il caso è entrato nella storia della criminalità come quello del “cacciatore di anoressiche”, dal titolo del libro scritto da Mariolini e pubblicato nel 1997 da Gruppo Edicom: l’antiquario vi confessava una serie di aggressioni compiute in due decenni ai danni di donne dai 18 agli 80 anni, tutte magrissime, e vi annunciava un delitto, commesso poi puntualmente l’anno dopo. L’uomo è stato condannato il 30 marzo 2000 a trent’anni di reclusione, col rito abbreviato, dalla Corte d’Assise di Novara. Al caso del cacciatore di anoressiche sono state dedicate nel tempo varie trasmissioni televisive e dal libro è stato tratto da Matteo Garrone il film “Primo amore”, premiato al Festival internazionale di Berlino.

Marco Mariolini è stato sempre ritenuto un perverso, spinto da una irrefrenabile ossessione. Ma ora Marco Marra nella sua trasmissione “Stelle nere”, che  offre una puntualissima ed efficace ricostruzione, prendendo spunto dall’intervista televisiva di Franca Leosini all’assassino (andata in onda su RaiTre l’11 novembre 2001 a “Storie maledette”) sostiene che l’ex antiquario era invece un povero, miserabile narcisista, la cui vera ossessione era per se stesso. Nell’intervista Mariolini si definì il “primo, unico esemplare esistente di anoressofilo”, manifestando per il delitto “un compiacimento ineliminabile”.

Due uomini incappucciati hanno aggredito ieri nel Bergamasco la sorella di Massimo Bossetti, Laura Letizia, mentre si trovava in casa della madre. Alla donna, selvaggiamente picchiata e minacciata con un coltello, sono stati riscontrati in ospedale un trauma cranico, fratture ed ecchimosi. L’accaduto si aggiunge a una serie di altri episodi oscuri subìti da familiari del presunto assassino di Yara Gambirasio.

Massimo Bossetti si trova com’è noto in carcere con l’accusa di avere rapito e ucciso la ragazza di Brembate di Sopra, ma ha sempre continuato a respingere ogni accusa. Apparterrebbero a lui tracce di dna rilevato, dopo il ritrovamento del cadavere, sugli slip di Yara, fatto considerato dall’accusa una prova granitica, ma messo fortemente in discussione dal difensore dall’indagato, l’avv. Claudio Salvagni.

Laura Letizia Bossetti è stata minacciata e aggredita altre volte sin dall’anno scorso, ma le indagini non sono riuscite a far luce sugli inquietanti episodi.

 

 

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Le indagini sulla misteriosa morte di Elena Ceste, 37 anni, sono pervenute a una svolta con l'arresto del marito Michele Buoninconti, eseguito dai carabinieri di Asti su provvedimento del gip Giacomo Marson con le accuse di omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere, avvenuto, dicono gli inquirenti, lo stesso giorno della scomparsa della donna. L'uomo avrebbe commesso il delitto perché ossessionato dalla gelosia.

La casalinga era sparita da casa il 24 gennaio 2014 a Costigliole d'Asti e il suo corpo è stato poi ritrovato casualmente il 18 ottobre in un canale di scolo poco distante dalla sua abitazione. Il marito, un vigile del fuoco, ha sempre sostenuto che Elena Ceste gli aveva confidato nella notte di ritenersi perseguitata da sconosciuti; in mattinata, dopo avere accompagnato i figli a scuola, ne aveva scoperto gli abiti abbandonati nel cortile di casa. Cercando di indirizzare le indagini verso presunti molestatori della donna, l'uomo ha sempre più attirato su di sé i sospetti degli inquirenti, con comportamenti contraddittori. Gli accertamenti medico legali sui resti del cadavere, rinvenuto in avanzata decomposizione, non hanno permesso di stabilire le esatte cause del decesso, ma hanno appurato che la donna non è morta annegata e nemmeno a causa del freddo e che il corpo è stato trasportato nel canale quand'era ormai privo di vita.

A far commettere a Michele Buoninconti l'omicidio sarebbe stata la gelosia: l'uomo, infatti, era ossessionato dai contatti che Elena manteneva per telefono e su Facebook con amici ed ex compagni di scuola.

Commercianti, ex carabinieri e poliziotti, cronisti e molti cittadini non ne possono più di subire aggressioni e minacce e di essere lasciati indifesi dallo Stato, che attraverso commissariati di polizia e prefetture arrivano a disarmare le vittime, ritenute spesso "senza pericolo" fin quando non vengono assassinate. Da Torino a Catania, gioiellieri o frmacisti sono costretti a lavorare blindati; e sono innumerevoli le intimidazioni a giornalisti per tentare di mettere il bavaglio all'informazione, impegnata oggi non solo sul fronte della criminalità tradizionale ma anche su quello, non meno grave, della corruzione e del terrorismo.

Ha suscitato comprensibile sdegno l'incriminazione, per eccesso colposo, del benzinaio Graziano Stacchio di Vicenza, che per difendere la propria incolumità e quella di un gioielliere durante un tentativo di rapina ha sparato verso il basso uccidendo un malvivente. C'erano tutte le condizioni per potere procedere, con ragionevolezza, al proscioglimento immediato del cittadino, che aveva agito in stato di necessità, impedendo che un reato in corso venisse portato a più estreme conseguenze.

Il risultato è stato che il gioielliere Roberto Zancan, che in passato era stato preso di mira dai criminali ma era rimasto del tutto indifeso, ha dovuto chiudere per sempre amaramente bottega.

Almeno trenta imprenditori su cento sono, secondo Confcommercio, minacciati nell'area del capoluogo lombardo, ma il numero può ritenersi assai pù elevato tenendo conto pure dei casi che non vengono denunciati per paura e col ragionamento "tanto non mi difende nessuno". Prese di posizione sono giunte tempestivamente da parlamentari della Lega, ma ad esse se ne dovrebbero aggiungere altre più dure.

Anche i giornalisti che si occupano di cronaca nera non hanno adeguata tutela da parte dello Stato. La classifica annuale di Reporter Sans Frontières sulla libertà di stampa, resa nota da Ossigeno per l'Informazione, colloca l'Italia al settantatreesimo posto (prima era al quarantanovesimo) sui 180 Paesi presi in considerazione per le intimidazioni subite da cronisti.

In questa materia delicatissima sono innumerevoli i ricorsi contro le Prefetture, che negano il porto d'armi per la difesa personale anche a chi, avendolo già, non ne ha abusato, persino ad ex poliziotti che fino al giorno prima di andare in pensione hanno combattuto la malavita in zone ad alto insediamento criminale di tipo mafioso, ndranghetista e camorrista. A Legnano un alto funzionario di polizia è arrivato a far negare paradossalmente il titolo perché il giornalista offre di sè "una immagine di persona forte e determinata che non si fa intimidire", poiché ricevuto per posta un proiettile con un biglietto di minacce l'ha consegnato ai carabinieri invece di telefonare al 113..

La spending revue ha portato a un depauperamento delle forze dell'ordine e il "riordino" del settore, oltre ad aggravare il lavoro di carabinieri e agenti di polizia, già duramente impegnati a difesa della legalità, ha degli effetti non indifferenti sul territorio. La situazione della sicurezza è sempre più a rischio proporzionalmente con l'invasione ormai incontrollata di extracomunitari, che finiscono inglobati dalla malavita o comunque delinquono per necessità di sopravvivenza. La diffusione dell'islam estremista e la recente strage terroristica al giornale francese Charlie Hebdo - e altri fatti successivi -hanno evidenziato addirittura che nessun giornalista può essere ritenuto al sicuro se semplicemente esprime nei suoi scritti delle considerazioni su Maometto; e che il rischio gli può derivare semplicemente perché giornalista, persino da parte dell'insospettabile straniero che vive nello stesso condominio.

L'esigenza di contenere la diffusione delle armi è ovviamente condivisibile, ma non può confliggere col diritto di potere difendere il bene prezioso della vita da chi lo insidia, colpendo chi per la propria attività costituisce obiettivo della malavita. Gli organismi delle categorie interessate devono efficacemente intervenire, perciò, perché il ministro degli Interni Angelino Alfano prenda atto che molti cittadini sono esposti permanentemente e concretamente a rischi gravi per la propria incolumità solo in dipendenza della professione o dell'attività svolte, senza dover attendere che tentino di ammazzarli; dia un segno forte contro chi delinque e giornalmente cerca di condizionare i commerci e l'informazione, dando alle Prefetture opportune disposizioni, in modo che a ben determinate categorie di cittadini di assoluta buona condotta sia concesso, senza arzigogolamenti astrusi, il diritto di difendersi.

Gaetano Alemanni

 

Un proiettile non può costituire pericolo se chi lo riceve un venerdì per posta con un biglietto di minacce non chiama subito il 113, ma lo consegna il lunedì con una denuncia ai carabinieri del luogo dov’è accaduto il fatto: non si tratta di una massima giurisprudenziale, ma lo sostiene a Legnano un alto funzionario di polizia in atti diretti al Prefetto di Milano, a sviluppo di una questione insorta dopo che lo stesso funzionario, in relazione con un altro episodio riguardante questa rivista e la casa editrice Gruppo Edicom, aveva affermato falsamente che le minacce riguardanti il mio libro “Yara, orrori e depistaggi” erano scaturite da un mio comportamento professionale deontologicamente scorretto, in quanto, quale direttore del “Giornale di Bergamo”, avrei utilizzato per altri scopi informazioni che secondo un “benefattore” dovevano servire per identificare gli assassini della povera ragazza di Brembate di Sopra e per questo avrebbe messo a mia disposizione ventimila euro. Ma col “Giornale di Bergamo” non ho avuto mai rapporti e tanto meno con il “benefattore”, come si può leggere nell’articolo “Da Paolo Borsellino a Yara Gambirasio a Legnano”.
Dopo la presentazione di un esposto, il 22 gennaio il funzionario si è tardivamente scusato nel suo ufficio, dove mi aveva invitato con una lettera inviata a un indirizzo “curiosamente” sbagliato e pervenutami solo per caso: “Ho sbagliato, ma...”. Quel “ma” ha introdotto l’annuncio di avere comunque espresso giudizi negativi, con alcuni bizantinismi; uno, in particolare, è quello attinente la mancanza di pericolo nella ricezione di altre minacce, di cui una accompagnata da un proiettile, perché consegnato ai carabinieri anziché a lui con preavviso al 113, cioè al soccorso pubblico di emergenza.

Salvo Bella

 

Il commissariato di polizia di Sanremo ha trattenuto per sei ore, fino alle tre di notte, l’autore televisivo e regista Giuseppe Longinotti, dopo che era riuscito ad entrare al Festival canoro spacciandosi per il fantomatico Senatore Codazzo, il personaggio inventato per alcuni esilaranti servizi di successo della trasmissione televisiva “La gabbia” condotta ogni domenica sera da Gianluigi Paragone su La7.

Longinotti dovrà rispondere di usurpazione di titoli e di onori, reato previsto dall’art. 498 del codice penale. L’obiettivo di voler tutelare a ogni costo gli interessi della casta politica, di cui Longinotti denuncia all’opinione pubblica e mette in ridicolo i privilegi, è emerso nella vicenda in modo sconcertante: l’autore infatti, dopo essere stato riconosciuto, vista peraltro la sua notorietà, e dopo aver collaborato pienamente per la sua identificazione è stato inspiegabilmente perquisito e infine privato della libertà personale con l’accompagnamento in ufficio, senza che ve ne fosse il bisogno.

Paolo Borsellino Yara BorsellinoSapete che cosa sarebbero le minacce per il mio libro “Yara, orrori e depistaggi” uscito a febbraio nella collana di libri connessa con questa rivista? Prima di leggere la risposta vale la pena di premettere che mi duole dovere scrivere una nota personale su una vicenda che mi riguarda anche direttamente; ma lo faccio comunque perché c’è un interesse pubblico a conoscere che cosa può accadere in taluni uffici dello Stato a qualsiasi cittadino alle prese con i meandri oscuri della burocrazia, nei quali non è agevole metter naso nemmeno per sapere che cosa viene propalato sul proprio conto.

Allora, che cosa sarebbero le minacce rivoltemi nei primi mesi dell’anno per la mia inchiesta giornalistica raccolta nel libro su Yara? Solo la rivendicazione di una persona che avrebbe da lamentarsi per la mia “deontologia professionale”, avendo io utilizzato per il libro notizie che l’autore delle minacce avrebbe in qualche modo affidato proprio a me per motivi contrari al suo intento di benefattore. Discorsi di bar, si penserà, anche sotto l’effetto di qualche birra in più; ma udite udite: ad affermarlo dall’alto del suo ruolo, e con confacente sicumera, è stato invece a Legnano un alto funzionario di polizia; e non l’ha fatto per niente in un bar ma in una cosiddetta informativa del giorno 8 settembre 2014 alla Questura di Milano e in ultimo diretta al Signor Prefetto.

Una domanda inquietante al Ministro degli Interni Angelino Alfano

Ma sentite sentite. Scrive l’alto funzionario che l’autore delle minacce “ha offerto tramite il giornale del quale il richiedente è direttore, una ricompensa a chiunque potesse fornire informazioni sul delitto di Yara Gambirasio”. Ciò risulterebbe persino da quanto “asserito nelle mail scambiate”.

Giornale di Bergamo

Ora, non solo in tale email risulta ben altra cosa, ma anche dagli atti documentali che il pubblico ufficiale aveva in esame, cioè che l’autore delle minacce aveva messo a disposizione ventimila euro affidandoli non a me e nemmeno a “Il delitto”, bensì - e si tratta di un fatto notorio, essendone stata data ampiamente notizia dagli organi di informazione - al quotidiano “Giornale di Bergamo” insieme con l’incarico al suo direttore Carlo Quiri di raccogliere eventuali informazioni sul delitto attraverso un’utenza telefonica attivata espressamente da quel giornale.

Un così grave travisamento di fatti (falsità ideologica del pubblico ufficiale), con affermazioni confusionarie e inveritiere, fa temere che il funzionario sia stato spinto da interessi diversi da quelli da cui per legge doveva lasciarsi guidare, ond’è che si scorge un eccesso di potere consistente nell'uso di un tipo legalmente scorretto di valutazione, mettendo scientemente in cattiva luce le qualità personali e professionali mie nonché di questa rivista dinanzi ad altri organismi dello Stato. Si può anche cogliere una sorta di solidarietà verso altri funzionari di polizia dei quali nel mio libro in questione sono evidenziati presunti depistaggi nelle indagini sul delitto Gambirasio e persino in quelle sull’uccisione del giudice Paolo Borsellino.

Da Palermo, a Bergamo a Legnano, la tecnica del depistaggio fa scuola in polizia. “Non c’è dunque da meravigliarsi - ho scritto nel libro - se in Italia le indagini possono essere manipolate da chi dovrebbe condurle nel rispetto assoluto della verità”.

Il fatto che in un ufficio di notevole e sensibile importanza, presidio di democrazia, correttezza, trasparenza e legalità possa operare un funzionario così distratto – e persino pervicace da non scusarsi - è davvero preoccupante. Che cosa l’ha spinto, dunque, ad affermare fatti contrari al vero? Sarebbe opportuno che il Ministro degli Interni on Angelino Alfano curi di avere una risposta a questa inquietante domanda.

Salvo Bella

Siamo all’evidenza assoluta dell’impatto cancerogeno dell’amianto nelle tubazioni sulla popolazione, perché i soggetti esposti assorbono questo amianto sia per via inalatoria che per via gastro-enterica: lo afferma Vito Totire, presidente dell’Associazione esposti amianto e rischi per la salute, in un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo

Il rischio riguarderebbe in Italia circa centomila chilometri di tubazioni, di cui 1650 solo nell’area di Bologna e del suo hinterland: una dimensione spaventosa. Solo a Carpi sarebbero state rilevate centosessantamila fibre di amianto per litro d’acqua, ma con un metodo di analisi che sottostima fortemente i pericoli: il 99% dei campionamenti sono stati infatti eseguiti in microscopia elettronica a scansione, alcuni addirittura in microscopia ottica, metodo assai riduttivo rispetto a quellostatunitense, che prevede invece l’utilizzo della microscopia elettronica a trasmissione e anche un’azione di scuotimento forte del campione prima dell’analisi.

Toti sollecita un intervento di bonifica radicale urgente per escludere totalmente le sostanze cancerogene dal ciclo produttivo al ciclo alimentare.

 

   

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