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Agostino De PasqualeUn appuntato dei carabinieri, Agostino De Pasquale, è stato perseguitato in Sicilia per un quarto di secolo, ma non dalla mafia e nemmeno per non avere sempre risposto ai superiori “comandi!”; ma perché li ha denunciato dopo aver visto delle cose nelle quali non avrebbe dovuto ficcar naso.

“Hanno cercato – dice – di farmi passare per pazzo e di mandarmi in galera. Ho vissuto venticinque anni di pene perché ho fatto il mio dovere e ancora ne pago ingiustamente le conseguenze”. Quest’uomo, che mantiene alto l’orgoglio di essere un militare, ebbe nel 1985 la ventura di essere comandato per il servizio di vigilanza alla Banca d’Italia di Trapani, un lavoro che richiede alto senso di responsabilità, perspicacia e attenzione a 360 gradi.

 

“Ai cambi di turno – racconta – dovevano presenziare obbligatoriamente i nostri sottufficiali che avevano il compito di aprire ai militari che entravano e a quelli che smontavano dal servizio; poi dovevano riportare le chiavi al comando provinciale. Una mattina, però, con mia enorme sorpresa, ci ritrovammo con un duplicato di queste chiavi all'interno della Banca d'Italia, probabilmente fatto fare da due marescialli e da un brigadiere. In sostanza era un escamotage con il quale i superiori evitavano di dover venire a sorvegliare le nostre uscite e le nostre entrate. Noi militari dunque avevamo il possesso indiscriminato di questo duplicato, con il rischio che qualcuno potesse farne altre copie e metterle nelle mani di qualche sconosciuto”.  L’appuntato De Pasquale, com’era suo dovere, ne avvertì il capitano, che gli rispose spallucce: “Ma a te cosa interessa?”. A quel punto il graduato decise di mettere le chiavi al sicuro portandole al direttore della Banca. Non l’avesse mai fatto!

False accuse per sbarazzarsi del militare scomodo

Due marescialli finirono a processo per la vicenda e condannati nel 1998 quando non erano più in servizio. Altri invece furono graziati e continuarono a lavorare. De Pasquale, intanto, era ormai un carabiniere scomodo e scattò contro di lui una soffocante serie di ritorsioni, con trasferimenti, pretestuosi provvedimenti disciplinari e denunce, una delle quali addirittura con l’accusa di avere abusato di una signora durante un’operazione di servizio. Ma nelle infamanti accuse non c’era nulla di vero, non aveva commesso i fatti, come avrebbe poi sentenziato la magistratura assolvendolo.

Brutte storie, anche di sottufficiali denunciati dall’appuntato perché si facevano pagare falsamente gli straordinari senza prestarne e altri persino per collusione con la criminalità a Mazara del Vallo e di ulteriori ritorsioni fino all’invio in Sardegna, tanto perché non continuasse a rompere dove già aveva combinato abbastanza “guai”; e, non bastando, sottoposizione a controlli psichiatrici.

Guazzabugli e coperchi di pentoloni da scoprire

Agostino De PasqualeSi fa presto a far passare per pazzo chi mette il dito sulla piaga e denuncia il malaffare. Il caso di Agostino De Pasquale, però, non si è concluso col suo pensionamento, avvenuto a sua richiesta nel 1997. “Senza la mia divisa di carabiniere mi sentivo – dice – come nudo”. Nel 2011, infatti, ha chiesto e ottenuto di rientrare nell’Arma e da quel momento sono ricominciate contro di lui le persecuzioni: il suo stipendio è ridotto alla miseria di 800 euro e gli viene impedito il passaggio al grado superiore poiché alcuno ha affermato che non  era idoneo a far parte dell’Arma dal 1998 al 2011, cioè in un periodo nel quale non era stato in servizio.

La battaglia dell’appuntato continua nelle sedi istituzionali ma anche con varie proteste e raccoglie ampi consensi nei gruppi di Facebook che si battono contro le ingiustizie.

Chi deve dipanare e cancellare le brutture di questa storia scandalosa è chiaro. In un guazzabuglio siciliano dove sporche commistioni restano non punite e guai a chi osa non tacere, il comando generale, se non il ministro della Difesa, deve fare chiarezza. De Lorenzo è solo un esempio di vittima di situazioni complottiste nascoste in pentoloni nei quali bisogna andare in fretta a guardare, prima che ne saltino con fragore i coperchi.

   

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