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Massimo Bossetti

Morte e lutto della giustizia, giudici assassini, criminali, venduti: sono le parole con le quali gli innocentisti si sono trasformati lestamente in forcaioli alla conferma della condanna all’ergastolo di Massimo Bossetti. La tensione accumulata nelle ore di attesa fino alla lettura della sentenza è esplosa nella notte in una baraonda nei gruppi social, ma nessuno si è chiesto perché, oltre la tesi complottista, il processo è andato a questa prevedibile conclusione.

Una indagine molto complessa – unica in Italia – come quella sull’omicidio di Yara Gambirasio ha sollevato inevitabili perplessità e pure dei sospetti, in considerazione degli apparati che sono intervenuti nelle indagini: anche i più strani e per nulla trasparenti, proprio quelli che in molte vicende oscure hanno storicamente depistato, manipolato e costruito apparenze per nascondere verità scomode. La vicenda era di quelle sulle quali lo Stato deve dare a qualsiasi costo una risposta; e i costi delle indagini erano stati faraonici, così da dovere offrire un responsabile del delitto.

 

Dunque un castello montato ad arte, Massimo Bossetti capro espiatorio per interessi inconfessabili?

Arrampicarsi sugli specchi per demolire un pilastro

Quel dna del muratore di Mapello trovato sugli slip di Yara, con o senza mitocondriale ma comunque suo, che fosse sangue versato durante il delitto o messo poi lì a bella posta da depistatori, privati o di Stato, è stato un pilastro, un elemento di una gravità schiacciante. Nessuna difesa, comunque fossero andate le cose, avrebbe potuto demolirlo e ai legali poteva restare solo di arrampicarsi sugli specchi, com’è avvenuto, per cercare di ingenerare dubbi con disquisizioni tecniche di vario genere.

Riccardo Nisoli, con una puntuale ricostruzione, aveva già evidenziato abbondantemente sul “Corriere della Sera” (articolo “Bossetti, le mosse della difesa, gli «assi» nella manica e la grancassa in televisione: l’altro processo”) che “le mosse dei legali di Bossetti hanno avuto un valore processuale inversamente proporzionale alla risonanza sulle reti Mediaset”. Ciò vuol dire in sostanza che alle battaglie mediatiche non era corrisposta nel dibattimento una attività altrettanto convincente.

Acquiescenza dei giudici alle conclusioni dei Pm

La conferma della condanna è duramente criticata negli spazi di Facebook da cittadini perbene e intellettuali, che ne fanno una questione politica sui poteri dei pubblici ministeri e l’acquiescenza dei giudici alle loro conclusioni, per questioni corporativiste e solidarietà fra magistrati all’interno delle correnti. Non sono però loro a gridare ai magistrati “assassini”, ma opportunamente ripropongono il problema della separazione delle carriere fra giudici e sostenitori dell’accusa; un tema importante e assai sentito ma pure delicatissimo, essendosi già appalesato il rischio di sottoporre i Pm alla volontà dei politici al governo.

A gridare “assassini” sono invece cittadini in buonafede che a pelle si son convinti dell’innocenza di Bossetti; altri che per motivi personali provano odio per gli apparati; altri ancora che vogliono mettersi in vista per sostenere avvocati dei quali sono clienti; altri ancora che nel nome di Bossetti si intruppano ritenendosi vittime della giustizia: innanzitutto madri alle quali i tribunali hanno tolto i figli perché schizofreniche o drogate, mariti separati che hanno in corso battaglie contro le ex mogli, persone condannate che si ritengono vittime di errori giudiziari o soprusi.

Tutti pronti a tempestare per un po’ di visibilità

La ricerca di visibilità ha portato, poco prima della sentenza di secondo grado, all’improvvisa proliferazione di pagine dichiarate a sostegno di Massimo Bossetti, con tutti pronti a tempestare chiunque osasse mettere in dubbio l’innocenza o sollevare interrogativi sulla linea difensiva.

Nessuno, però, si domanda perché Bossetti si becca l’ergastolo, mentre per altri omicidi sono state comminate condanne a soli 15-20 anni, grazie alla scelta del rito abbreviato, a imputati che tuttora si protestano innocenti. Chi se lo sente domandare risponde tutt’al più che gli avvocati hanno preferito fare battaglia; quasi che il giudizio abbreviato equivalga a confessione di un delitto o che non consenta di demolire gli indizi esistenti agli atti, impedendo anzi che l’accusa possa aggiungerne, com’è avvenuto, altri.

Gli spazi colpevolisti su Facebook, a loro volta, non sono rimasti indietro, ma hanno attaccato pesantemente, all’opposto, il carpentiere di Mapello definendolo lurido assassino e mostro senza che ci sia ancora una condanna definitiva; hanno scritto di trionfo della giustizia e di avvocati della difesa inattendibili, insultato moglie e madre dell’imputato.

Le “battaglie” sui social hanno potuto accrescere ad alcuno la notorietà, ma non influito sul giudizio; e tuttora possono avere solo analoga utilità. Ma le sentenze possono essere valutate dopo averne letto le motivazioni e non a pelle.

   

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