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Donato PistilloTre anni di carcere non sono la cella a vita, ma finire in galera da vittime è sconcertante. Il caso di malagiustizia capitato a Donato Pistillo rivela una caterva di errori commessi a Monza, con una serie di insabbiamenti avvenuti in vari uffici giudiziari: magistrati che commettono falsi e si prosciolgono fra di loro come se nulla fosse fra Brescia e Venezia, reclami e opposizioni, richieste di revisione trattate anche a Roma come se si maneggiassero broccoli.

La vicenda è di uno squallido giro di prostituzione fra la Romania e la Brianza, dove un normale cittadino ha avuto la sventura di portarsi dall’estero un’avvenente fidanzata e trovarsi poi minacciato di una montatura da parte della madre perché ospitasse in Lombardia anche l’altra figlia, perché potesse proseguire qui, con guadagni assai più elevati, la sua attività di prostituta.

 

Dall’estorsione ai fatti c’è stata una rapida continuità, giacché il Pistillo, dopo avere ospitato la donna, pur prendendone totalmente le distanze, da ingenuo polentone, s’è presa la briga di cercare di interrompere l’attività di meretricio, non si sa se in quanto la ritenesse ripugnante o se piuttosto per il timore di finire coinvolto suo malgrado in qualcosa di grave. Non l’avesse mai fatto!

La ritorsione è stata immediata, con una denuncia di parte per agevolazione della prostituzione, istruita a Monza con risultanze di polizia giudiziaria senza nulla a carico di Donato Pistillo, ma trattate sotto gamba dal tribunale, che l’ha condannato a tre anni di reclusione: una delle due donne, infatti, s’era presentata ai carabinieri rivelando tutto il marchingegno criminale messo in atto falsamente dalla madre, ma al processo questi nuovi atti non c’erano, come se non fossero mai stati presentati. Va detto che Pistillo, in effetti, s’era in pratica accollata la pena accogliendo il consiglio dei suoi avvocati di accedere al patteggiamento; ma come mai tale rito fu chiesto e ammesso di fronte a una evidenza processuale di innocenza tanto clamorosa? Gli avvocati dell’indagato, curiosamente, avevano traccheggiato con una delle denuncianti; ciò risultava dagli atti e avevano fretta di chiudere tutto. Difesa infedele? Pistillo, doppiamente ingenuo, s’è fatto abbindolare.

Si dirà poi in avanti, a seguito delle denunce presentate da Pistillo, che la ritrattazione, pur ricca di riferimenti specifici, non è attendibile; non solo: la donna, infatti, è stata tardivamente incriminata per autocalunnia e rischia a sua volta la condanna.

Dunque, la Babele. Da lì è partita la battaglia che Donato Pistillo porta avanti prendendosi di petto senza alcun velo e con grande coraggio i magistrati che, come chiunque comprenderebbe subito dalla lettura degli atti e degli annessi, hanno dichiarato inesistenti atti di cui invece disponevano, arrivando anche ad alterare date in modo tale da farle risultare incompatibili con le procedure in corso.

Risultati? Per Pistillo, con una condanna ingiusta ma ormai definitiva, si spalancano le porte del carcere. L’hanno rovinato. I magistrati querelati non finiscono prosciolti, perché delle querele addirittura non se ne parla nemmeno, vengono trattate come spazzatura o carta da buttare nel cesso senza nemmeno compiere un minimo di verifica: non ci sono notizie di reato. Bella roba, in quattro e quattr’otto. Ma com’è possibile?

   

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