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carabinieri processo BossettiBRESCIA - Alla prima udienza del processo d’appello a Massimo Bossetti per la morte di Yara Gambirasio, cominciato ieri, si sono trovati uno accanto all’altro studenti di giurisprudenza - che spesso seguono i processi per imparare -, pensionati desiderosi di impegnare alcune ore in un modo insolito e soprattutto innocentisti e colpevolisti, animatori di gruppi Facebook e blog, persone in buona fede accorse per vedere Massimo Bossetti ma anche altre (poche per fortuna) intenzionate ad apostrofarlo; e pure millantatori, pseudo investigatori e sedicenti esperti di diritto, con l’interesse di farsi vedere e poter dire ad altri, come accadde per il processo di primo grado, “Ma tu che ne sai, io ho seguito le udienze, sono un testimone del popolo”; come se la presenza a un processo conferisca chissà quali patenti.

Prima e dopo l’udienza di ieri, oltre ai pochi giornalisti di professione, che sappiamo informare computamente pur con diversità di opinioni, così da poter soddisfare tutti i palati, improvvisati cronisti di giudiziaria hanno avuto il loro momento di gloria nel farsi fotografare e raccontare agli amici per telefono.

All’udienza ha partecipato pure un nutrito gruppo di uditrici giudiziarie, avvenenti giovani sedute in bella mostra alle spalle della Corte, chiamate a istruirsi sulla procedura penale: al loro arrivo, alcuni giornalisti abbiamo maliziosamente commentato in sordina “sembra una sfilata di candidate miss”.

Prima ancora che l’udienza fosse chiusa, alle 19,15, sono cominciati gli scontri fra colpevolisti e innocentisti, divisi in gruppi Fb pubblici, chiusi e segreti; molti incapaci di discernere persino tra le nostre informazioni tecnico-professionali e le opinioni, pronti a sottoporci alcuni ad interrogatorio per sapere da quale parte stessimo.

Il processo Bossetti non è, tuttavia, in questo folclore di un’opinione pubblica che da oltre sei anni vorrebbe conoscere la verità sulla misteriosa morte di Yara Gambirasio ma si trova disorientata sia dalla sentenza di condanna di Bossetti sia dal predicozzo di soloni pronti a piangere o cantare vittoria; a giudicare la qualità del lavoro, sicuramente impagabile, degli avvocati difensori, per esaltarli o denigrarli; a sostituirsi alle Corti in ardite e stupidocche valutazioni delle procedure e delle prove che persino i giudici più esperti e di esperienza faticano ad effettuare.

Ognuno è libero di esprimere il proprio parere in base alle competenze personali. Ora però è solo la Corte d’Assise d’appello di Brescia a dover giudicare Massimo Bossetti; e le motivazioni di ogni suo provvedimento potranno essere poi commentate non con l’emotività di “testimoni del popolo” ma con la scienza che richiede il punto di vista del diritto, lo stesso che ha visto anche ieri impegnati rigorosamente gli avvocati di Bossetti per averne riconosciuta l’innocenza.

   

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