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bossetti 3Massimo Bossetti torna il 30 giugno davanti a una Corte, quella d'Assise d'appello di Brescia, per continuare a protestare la sua innocenza. In carcere da tre anni e con una condanna all'ergastolo, è il capro espiatorio di indagini tarocche sull'omicidio di Yara Gambirasio, un delitto che rimane profondamente oscuro: dove e come morì fra il 2010 e il 2011 la povera ragazza, per quali motivi e per mano di chi è infatti un mistero, pur avendo speso milioni di euro. Non c'è nemmeno la certezza che si sia trattato di un omicidio volontario e gli unici elementi in mano sono tracce di dna controversi e un improbabile assassino che fa comodo per soddisfare la sete popolare di giustizia e garantire qualche importante carriera.

 

La vicenda del dna, se non fosse vera, sembrerebbe tratta da un film di zombi, ruotando attorno a modalità di acquisizione in camera caritatis e a prelievi "casuali" tra frequentatori di una discoteca per poi, attraverso uno di loro, risalire a un autista che, colpo di scena, era passato a miglior vita: magnifici ingredienti di una trama che gli scrittori - e perciò qualsiasi uomo, anche investigatore - scrivono però spesso a ritroso, partendo da una conclusione per andare a inserire nel canovaccio gli elementi occorrenti, fino a quello iniziale. Trovato un muratore, cioè un operaio che ha a che fare con sabbia, calce e cemento, che viveva nel contesto nel quale era sparita Yara Gambirasio e per forza di cose passava ogni sera davanti alla palestra dove quella sera si trovava la ragazza, che magari qualche volta era stato tradito dalla moglie, insomma un poveretto di paese, pensate un po' che ci voleva per il resto.... Poteva essere Bossetti oppure Scannapieco, poco importava; l'importante era che Angelino Alfano, ministro degli Interni, potesse esultare con l'annuncio che lo Stato aveva arrestato l'assassino e si giustificasse in tal modo il denaro speso. Ma, dice l'accusa, non è così, perché nessuno degli inquirenti conosceva Massimo Giuseppe Bossetti prima del giorno dell'arresto, avvenuto il 16 giugno 2014 con modalità spettacolari.

Dunque Bossetti portò con sé sul camion Yara, la colpì quasi subito e la abbandonò morente nel campo di Chignolo d'Isola la stessa sera del rapimento, il 26 novembre 2010. Rapimento? Non si sa. Nessuno infatti vide Yara fuori dalla palestra e non fu visto nemmeno Bossetti.

Era viva un mese e mezzo dopo la sparizione

Ma che Yara sia morta proprio in quel campo è una ipotesi a dir poco suggestiva, tenuto conto che il corpo vi fu ritrovato per caso da un aeromodellista solo il 26 febbraio successivo e nessuno l'aveva notato prima, sebbene il terreno fosse stato ispezionato da volontari impegnati nelle ricerche e sorvolato in elicottero dall'investigatore Ezio Denti. C'è nelle indagini una straordinaria contraddizione, perché le conclusioni sono smentite dagli investigatori stessi e in particolar modo dal questore dell'epoca Vincenzo Ricciardi, che dirigeva sul caso le attività della polizia giudiziaria: fino al 10 gennaio 2011, infatti, quarantacinque giorni dopo la sparizione, Yara Gambirasio era viva e lo assicurò parlando davanti alle telecamere delle tv. Ma se Yara era viva fino al 10 gennaio, che fine hanno fatto gli atti delle indagini con tali risultanze?

Carte e video sporchi dell'accusa al processo

Ancora una volta un processo, checché se ne dica, è stato orchestrato a uso e consumo dell'accusa, che, senza essere richiamata, davanti all'imputato apparentemente impassibile ha sciorinato in aula carte e video sporchi già fatti diffondere ad arte da stampa servile, come ricevute di motel usati dalla moglie dell'uomo, montaggi artefatti di un camion che era passato solo una volta accanto alla palestra ma vi fu fatto girare ripetutamente come nella moltiplicazione dei pani, pruriginose risultanze di ricerche al computer su ragazze con la fica senza peli, probatorie al punto da far fantasticare che Yara, con tutto il rispetto, l'avesse proprio a quel modo. Se ai pm è consentito ciò e se queste per la giustizia sono prove della colpevolezza e della ferocia di Bossetti, l'Italia è ormai finita.

Ergastolo, dunque, in primo grado, con l'imputato che frattanto era rimasto in carcere essendo state sistematicamente respinte tutte le istanze presentate dai difensori per ottenerne la remissione in libertà o l'assegnazione agli arresti domiciliari: una rara eccezione rispetto alla generosità riservata ad assassini conclamati e spietati (basta ricordare i casi di Chiara Poggi, Melania Rea, Elena Ceste e Roberta Ragusa), solo in ultimo finiti in cella e per scontare la condanna a una bazzecola di pena, e alcuno ancora libero, come se i massacri fossero stati noccioline.

Il processo d'appello tornerà sull'insulsa vicenda di un dna - uno dei tanti rilevati sugli indumenti di Yara Gambirasio - che mina lo stato attuale della scienza e della ricerca biologica forense. Bossetti chiede la ripetizione di quegli accertamenti, che, pur non suffragati da alcun altro riscontro, in varie sedi i giudici hanno continuato a considerare prova granitica; ed è difficile che cambino linea, perché se cadesse quella mostruosa certezza ci si ritroverebbe senza un assassino e con la necessità di riaprire un caso criminale, che dura da sette anni, dagli sviluppi a quel punto imprevedibili, come una mina vagante.

 

   

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