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violenza minorileGravi problemi della famiglia sono quasi sempre all’origine di comportamenti violenti di adolescenti e giovani. Nella realtà contemporanea, l’uso smodato di internet, videogiochi, tv rappresenta una forma di autismo reciproco che impedisce i contatti fra i ragazzi e i familiari. Genitori e figli, ignari gli uni degli altri, coabitano con superficialità in una casa piena di comfort, ma in cui le emozioni sono evaporate.

I ripetuti episodi di bullismo e violenza da parte ragazzi, sempre più gravi e clamorosi, allarmano l’opinione pubblica. Abbiamo chiesto a Luana Campa, avvocatessa e criminologa, di spiegarne le cause.

Si è osservato che persino la violenza non realistica, come quella presente nei cartoni animati o nei videogiochi, può influenzare il comportamento dei bambini nella vita reale per il fenomeno dell’imitazione. La rappresentazione visiva della violenza nei media può pertanto condizionare le abitudini ed i comportamenti degli spettatori, soprattutto dei bambini, ma anche di giovani predisposti.

L’importanza della famiglia nella genesi dei comportamenti devianti è un fatto noto in psicologia e in criminologia da molti anni. Una famiglia disgregata o fortemente conflittuale facilita l’emergere di una situazione deviante, ma chiaramente non ne è il presupposto necessario e assoluto: molti ragazzi che provengono da famiglie disfunzionali, infatti, riescono comunque a costituirsi una personalità stabile.

 

La famiglia, molto più e molto prima che l’esterno, è oggi il luogo dove si consuma il maggior numero e tutta la varietà delle diverse forme di violenza.

Si è messo in luce (Freeman) il ciclo della trasmissione intergenerazionale della violenza familiare ed il fatto che sono le esperienze della vita familiare a socializzare il ragazzo in una cultura della violenza. In questo ambito la teoria dell’apprendimento sociale (Owens e Straus) sottolinea che chi ha sperimentato la violenza da bambino (osservata, subita, commessa) tende a premiarne poi l’uso per raggiungere fini personali, in quanto tale esperienza fornisce l’intero “copione” del comportamento.

Luana CampaLUANA CAMPA è nata nel 1979 a Taranto e vive a Roma. Avvocato, è una delle più apprezzate criminologhe e si è occupata di delitti eclatanti. Docente e relatrice in corsi e convegni specializzati, partecipa a progetti di studio internazionali e collabora con riviste giuridiche.

I bambini vittime di esperienze iper-traumatiche in famiglia sono quasi sempre figli di genitori che a loro volta hanno vissuto lo stesso iter. Se non si spezza la catena il problema verrà trasmesso di generazione in generazione. I traumi che avvengono in seno alla famiglia sono i più gravi perché minano una fondamentale fiducia nella vita, nella relazione e nell’altro essere umano. Da qui lo sviluppo di un adulto borderline con tendenze depressivo-suicide o distruttive verso il prossimo per reazione, per istinto di protezione.

La psicologia insegna quanto sia rilevante il compito della famiglia come luogo in cui il bambino possa ricevere cure prolungate, dove le sue potenzialità innate vengono strutturate e dirette per poter diventare capacità e consentirgli di svilupparsi in un individuo integrato, preparato a vivere nella società. La famiglia provvede ai bisogni biologici del bambino, il quale struttura la sua personalità mediante l’attaccamento alle figure genitoriali e tutte le sue successive esperienze si formeranno in base alle fondamenta stabilite nella famiglia. Quindi i modi dei genitori e della famiglia sono il modo di vita, prima nel bambino e poi nel giovane adolescente.

Dunque, per comprendere la genesi delle condotte violente dei minori non si può non tenere conto delle prime esperienze affettive del bambino. Quando un bambino mostra aggressività ed atteggiamenti oppositivi è spesso segno di una carenza precoce di esperienze affettive e sensoriali con la madre. L’assenza di cure materne nella prima infanzia è sempre stato un fattore rilevante nella genesi dei comportamenti violenti. Questo perché una “buona madre” è una base indispensabile per la formazione dell’identità del bambino, per la capacità di tollerare le frustrazioni, per costruire la “fiducia di base”.

Bowlby e altri autori hanno evidenziato la correlazione tra l’assenza della madre e lo sviluppo di una personalità aggressiva dalla insensibilità affettiva. La ricerca, oggi, tende comunque a rivalutare anche il ruolo del padre, il quale, oltre ad influire sul rapporto madre-bambino e sulla dinamica familiare in genere, rappresenta un modello di identificazione.

I ragazzi violenti possono essere frutto di un’educazione troppo severa o, al contrario, troppo permissiva. Per educare bene è necessaria una disciplina equilibrata, che eviti sia l’eccessiva severità, sia l’esagerato distacco, altrettanto nocivo. Se da un lato l’atteggiamento autoritario può frustrare il bisogno di tenerezza e di affetto dei figli, un’atmosfera di eccessiva permissività e protezione finisce per cristallizzare il giovane su posizioni egoistiche, per cui egli non sopporta di cedere alle esigenze e alle pressioni della realtà.

I giovani vanno dunque osservati e ascoltati fin dall’infanzia, per comprendere le loro esigenze ed individuare in tempo eventuali disagi.

Si impone sempre di più quella condivisione della vita dei nostri figli per poter porre attenzione a particolari che vanno considerati, senza allarme (psichiatrizzazione), ma anche senza superficialità (negazione).

In tutti gli atti di violenza commessi da adolescenti affiora, più che una vera e propria infermità mentale, un disturbo a livello delle emozioni ovvero l’anestesia del sentimento dei colpevoli. Si rende pertanto indispensabile una sinergia educativa tra scuola e famiglia in grado di addestrare i giovani alle capacità relazionali ed alla scoperta delle risorse emozionali.

   

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