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Massimo BossettiManca ormai poco più di un mese per il processo d’appello a Massimo Giuseppe Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, fissato per il 30 giugno a Brescia, e si infittiscono diatribe e scontri in tv fra innocentisti e colpevolisti. Difensori e consulenti delle parti sono i protagonisti di spettacoli di intrattenimento nei quali i conduttori si limitano a fare da semaforo nelle sceneggiate, il cui scopo è di mantenere alto l’audience e far lievitare gli incassi pubblicitari.

Questi processi in tv non hanno nulla a che vedere con quello reale che sarà celebrato dinanzi a magistrati e giudici popolari di una Corte, che potrà solo limitarsi a valutare i fatti consacrati, nei tempi dovuti, nei motivi d’appello. In essi non c’è traccia di fantastici sosia, veri o presunti, di Massimo Bossetti; di inseminazioni per volontà dello spirito santo; di testimoni che dopo svariati anni ricordano ora banali confidenze del compagno di lavoro finito in carcere.

 

I punti fermi e controversi della vicenda (innocente o colpevole) restano tuttora quelli, ormai a tutti noti, riguardanti gli indizi che furono raccolti nel corso delle astruse indagini fino al primo semestre del 2014, cioè antecedenti all’arresto di Massimo Bossetti: come furono raccolti e valutati e soprattutto qual è il loro valore probatorio?

In anni non è stata trovata nemmeno una persona che la sera del 26 novembre 2010, quando sparì misteriosamente Yara Gambirasio, fosse stata in compagnia dell’imputato in un luogo diverso da quello che fu scenario del delitto; né tantomeno è stato scoperto che alcun altro abbia commesso l’omicidio. Se ciò fosse accaduto, Bossetti non sarebbe in carcere.

La questione delle tracce di dna rilevate sugli slip della vittima resta quella fondamentale è vi è prova - schiacciante o dimezzata, a seconda dei punti di vista, ma sempre prova - che esse appartengono a Massimo Bossetti. Le conclusioni della Corte d’Assise sono perciò state, da tale punto di vista, lineari: i giudici, infatti, devono valutare, com’è avvenuto, in base agli elementi emersi al dibattimento.

Le caratteristiche e i comportamenti personali dell’imputato sono tali, tutti, da far sembrare a noi comuni mortali, non scienziati del diritto, che quest’uomo non può aver commesso l’omicidio; ma disquisizioni siffatte trovano ampia smentita nella storia del crimine. Viceversa, nulla ancora ci dice con rigorosa certezza che Bossetti – dna sì o dna no – abbia ucciso Yara; e su questo i giudici avrebbero dovuto più accortamente riflettere.

Le apparizioni e i dibattiti in tv sul delitto non servono per difendere Bossetti, ma permettono ad avvocati sconosciuti di diventare popolari e apparenti principi dei Fori giudiziari. Ma non c’è da meravigliarsi, poiché la magistrata che ha diretto a suo tempo le indagini e sostenuto nel primo processo l’accusa è andata ben oltre, prestandosi in video a fare come da regista per ricostruire a puntate, mostrandosi persino in piscina, la dolorosa vicenda di una ragazza assassinata senza che avesse alcuna colpa.

Nella vicenda dell’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco è a tutti nota la sceneggiata dei difensori dell’assassino, Alberto Stasi, che si sono spesi in video a presentarci un assassino alternativo, quel tale Andrea Sempio che, poveretto, non c’entrava, in modo evidentissimo, nulla. A Stasi non è giovato, com’era prevedibile, ma tant’è.

Stendiamo un velo di pietà e che Dio illumini i giudici.

   

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