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Igor Vaclavik

Descritto come una belva sanguinaria, ricercato dai reparti di élite delle nostre forze dell’ordine e relativamente imprendibile, chi è Igor Vaclavik detto “il russo”?

I mass media lo descrivono come la personificazione del male.

Igor la belva, il Rambo del crimine, il ladro Ninja, sono soprannomi che vogliono sintetizzare il profilo comportamentale di un uomo senza scrupoli, dalle capacità criminali di elevato spessore, pluripregiudicato con una lunga carriera criminale alle spalle, pronto ad agire ancora in maniera violenta e seminare sangue e terrore.

Il killer più braccato d’Italia

Igor Vaclavik è il killer più braccato d’Italia dal primo aprile, quando, durante un tentativo di rapina, ha ucciso a Budrio il tabaccaio Davide Fabbri con un colpo di pistola. Durante la fuga, l’8 aprile, ha poi assassinato a un posto di blocco, a Portomaggiore, la guardia ecologica Valerio Verri.

L’uomo era già ricercato dal 29 marzo per avere rapinato dell’arma una guardia giurata e non è escluso che già precedentemente avesse commesso altri delitti, oltre alle rapine per le quali aveva espiato alcuni anni di reclusione, col beneficio di essere scarcerato in anticipo rispetto alla condanna.

Le ricerche vedono impegnati centinaia di carabinieri e agenti di polizia, con la partecipazione dei reparti più specializzati per la cattura di latitanti; e il caso continua a essere al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e dello stesso governo, tant’è che lo stesso ministro degli Interni Minniti s’è recato nella zona dove sono concentrate le battute, tra Bologna e Ferrara. Si tratta di una caccia dagli esiti incerti, tenuto conto della mancanza di relazioni del fuggitivo e della conseguente difficoltà di sviluppare indagini attraverso intercettazioni e controlli su favoreggiatori. Ad agevolare la latitanza sono, inoltre, le caratteristiche spesso impervie del territorio nel quale si svolgono le ricerche, ma anche, e forse soprattutto, le attitudini del ricercato a una vita al limite della sopravvivenza.

Ex militare e disertore, ricercato in Serbia per svariate rapine e per avere stuprato una minorenne; gigolò a Valentia; indagato, attualmente, in Italia per tre omicidi, la sua vera identità corrisponderebbe al nome di Norbert Feher, proveniente da Subotica, una cittadina serba a 10 chilometri dal confine con l’Ungheria.

Poche sono le informazioni in possesso dei compagni di cella: Norbert è molto diffidente, non ha mai tirato giù la maschera e svelato la sua reale identità nonostante la lunga permanenza in istituto.

Le lunghe e noiose giornate di detenzione, secondo i suoi amici, erano quotidianamente scandite dalle stesse azioni: sveglia alle ore sette, allenamento fisico ai limiti della resistenza umana, doccia e visione dei cartoni animati, un tassativo per tutti i detenuti della cella, un desiderio del quale non poteva fare a meno perché suo padre gli aveva vietato di vederli quando era piccolo.

Il pomeriggio lo trascorreva in chiesa con il prete del carcere e la serata a leggere riviste e libri di informatica. Per il resto è stato un uomo di poche parole, loquace, forse, solo quando descriveva le sue “prodezze”.  Si sentiva forte quando rammentava ai compagni di aver tagliato dal vivo il tatuaggio distintivo impresso sulla caviglia di tutti i militari russi per potere sfuggire ai controlli; si vantava di aver guadagnato molti soldi a Valentia facendo il gigolò; si sentiva potente quando riusciva a sfuggire alla polizia perché capace di dominare la natura; definiva vero uomo solo colui che usa lame o archi e frecce per compiere reati, ma, soprattutto, si esaltava riferendo di potere scuoiare un uomo con un coltello.

La sua espressione del viso non muta con lo stato d’animo ed è accompagnata da una forte discrasia tra le parole dette e il tono emotivo; inoltre, il suo sguardo di ghiaccio inquieta.

 

Nulla trapela in merito ai suoi legami affettivi: forse una compagna e una figlia abbandonate in Russia e nessun legame costante con la famiglia d’origine: Igor, o meglio Norbert Feher, in carcere non ha mai ricevuto una visita né un telegramma.

Nessuno ha mai letto commozione nel suo volto, nemmeno il sacerdote del penitenziario che lo aveva battezzato col nome di Ezechiele e con il quale trascorreva interi pomeriggi, sempre presente e impegnato nelle pulizie della parrocchia, frequentando coro e catechismo, aiutando gli altri con costanza e dovizia.

Descritto come un detenuto modello anche dagli operatori del penitenziario, come si spiega dunque che Norbert è l’uomo più ricercato in Italia? 

Gli elementi noti permettono di ritenere che si tratta un soggetto dotato di un’ottima intelligenza, flessibile e in grado di adattarsi facilmente a diversi contesti, anche a quelli più ostili, modificandoli a suo vantaggio mediante un elevato autocontrollo; conosce più lingue; possiede una notevole capacità logica.

Luisa DAniello

LUISA D’ANIELLO, psicologa e psicoterapeuta, è una delle più apprezzate criminologhe italiane. Specializzata anche in psicodiagnostica clinica e giuridico peritale, è stata esperto presso il Tribunale di Sorveglianza del distretto di Napoli ed è relatrice in importanti convegni.

Sembra che il serbo non abbia avuto un vissuto infantile sereno: probabilmente vittima di un’infanzia negata, potrebbe nutrire sentimenti ambivalenti e soprattutto di rivalsa nei confronti della figura paterna e verso l’autorità; è, infatti, incapace di adeguarsi alle regole sociali e al comportamento legale. Per questa sua impostazione, non ha mai pensato di revisionare in maniera critica la sua esistenza: la gestione della sua vita carceraria è stata molto probabilmente frutto di un’accurata pianificazione per poter ottenere i benefici previsti dal nostro ordinamento.

Igor non prova rimorso e non ha sensi di colpa, non si preoccupa delle conseguenze delle sue azioni, è disonesto e manipolativo, usa falsi nomi, ruba, stupra e uccide. Il suo sistema di valori è rimasto ad uno stadio infantile, ha una forte attrazione per gli elementi esteriori e superficiali: la ricchezza, la bellezza e l’ammirazione da parte degli altri. Ha un’autostima ipertrofica e, pertanto, una visione di sé irrealistica ed idealizzata: si sottopone ad esercizi fisici mostruosi per dimostrare che la sua forza e la sua possanza fisica superano ogni limite; racconta di se stesso come un super uomo e si dice pronto a morire piuttosto che a rientrare in carcere.

Colpisce e spaventa la modalità arcaica con la quale l’uomo preferisce porre in essere i suoi crimini. Non tanto l’uso dell’arco, ma la predilezione per le lame rimanda l’immagine di un soggetto ostile con una potente carica distruttiva. A differenza delle armi da fuoco, che prevedono una distanza fisica ed anche emotiva tra vittima e carnefice, le armi a presa diretta, come sosteneva Korald Lorenz, “presuppongono le ferite da cui sgorga sangue, i lamenti di chi sta soccombendo, magari le implorazioni di pietà”.

I suoi conflitti non riguardano la spinta degli impulsi interiori che si scontrano con la coscienza, ma degli stessi istinti che lottano contro la società, con le norme e i valori in essa custoditi. Non esiste differenza tra bene e male, in gioco vi sono solo i suoi bisogni, tesi a nutrire il suo narcisismo patologico e privi della minima connotazione emotiva: il serbo non è capace di creare legami affettivi sinceri e costanti e ciò orienterebbe, insieme agli elementi sopra descritti, a considerarlo un antisociale.

Nel celebre libro “Maschera della sanità”, Hervey Milton Cleckley descrive le caratteristiche dello psicopatico. Esse sembrerebbero rappresentare a pieno gli elementi distintivi della personalità del serbo: “fascino superficiale, indifferenza, disonestà, egocentrismo, assenza di ansia e di senso di colpa, incapacità a stabilire relazioni intime durature o ad apprendere dalle punizioni, povertà emotiva, assenza di empatia, incapacità di fare piani a lungo termine. Il modo superficiale e indifferente di rapportarsi agli altri, tipico di questo soggetto, porta a ritenerlo mancante di un’umanità fondamentale”.

Non tutti i criminali sono antisociali, ma Norbert Feher, probabilmente, lo è

La sua irreperibilità è favorita, solo in parte, dall’intelligenza e dalle capacità fisiche di superare gli ostacoli e i rischi della natura. Il suo vero asso nella manica è l’assenza dei legami affettivi e dei sentimenti, che lo mette in una condizione di uomo che non ha nulla da perdere se non la sfida sempre aperta con il suo narcisismo e con la società.

   

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