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Pietro SarchièGiustizia senza sconti e conferma di due ergastoli: è questa l’attesa nel nuovo processo per il terrificante omicidio di Pietro Sarchiè, il pescivendolo di San Benedetto del Tronto assassinato il 18 giugno 2014. Fra una settimana, il 29 marzo, saranno alla sbarra davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Ancona il catanese Giuseppe Farina e il figlio Salvatore, condannati in primo grado.

Pietro Sarchiè sparì misteriosamente col furgone durante uno dei suoi giri quotidiani per vendere il pesce ai clienti. Le sue ricerche furono avviate con notevole ritardo dagli inquirenti, che pensavano sorprendentemente a un allontamento volontario, sebbene escluso sin dal primo momento dai familiari, moglie e due figli. Il cadavere fu poi ritrovato una ventina di giorni dopo: l’uomo era stato ucciso brutalmente a colpi di pistola e seppellito in un terreno.

 

Le indagini portarono all’ambiente dei pescivendoli e in particolar modo sui Farina, che per alcuni giorni avevano seguito gli spostamenti di Pietro, allo scopo di sequestrarlo e ucciderlo per sottrargli i numerosi clienti: un movente abominevole.

Giuseppe Farina confessò il delitto, tentando di assumersene interamente la responsabilità e di scagionare il figlio Salvatore; ma il 13 gennaio 2016 il tribunale di Macerata, col rito abbreviato, li condannò entrambi all’ergastolo, sebbene il pubblico ministero avesse chiesto vent’anni di reclusione.

La difesa chiede che la sentenza di primo grado sia riformata in meglio per gli imputati. C’è dunque attesa per il processo d’appello, con un largo movimento di opinione pubblica che, a fianco dei familiari, reclama invece giustizia senza sconti: cioè la conferma dei due ergastoli. 

   

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