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roberta smargiassiUn marito trafitto dal dolore per la morte della moglie uccide l’automobilista che ha strappato la vita alla sua cara. Che dire quando la vittima si trasforma in giustiziere?

L’1 luglio 2016 Roberta Smargiassi, 34 anni, in sella al suo scooter viene travolta a Vasto dall’auto guidata dal ventiduenne Italo D’Elisa, che a fine anno viene indagato per omicidio stradale e rinviato a giudizio. L’1 febbraio 2017 D’Elisa viene ucciso con quattro colpi di pistola al torace proprio dal marito di Roberta, Fabio Di Lello. La vicenda sembra uscita da un romanzo giallo, invece siamo di fronte a un complicato e delicato caso di cronaca nera italiana. I giornali e i social network puntano il dito contro “l’assassino” Di Lello, dopo che sette mesi fa tutto il Paese era con il cuore ad abbracciarlo e seguirlo nella fiaccolata in memoria della giovane vittima, chiedendo a gran voce giustizia.

 

 

Può riuscire anche facile prendere parte, non essendo ammissibili due cose: che un cittadino possa fare giustizia da sé; e, in più, che possa punire con la morte una persona che a sua volta ha sì ucciso, ma l’ha fatto involontariamente, per un incidente. Non si può giungere tuttavia a interpretazioni troppo semplicistiche su fatti che tutto sono meno che semplici e lineari. Il dolore e la rabbia che si provano quando qualcuno strappa una persona cara, e per di più ancora giovane, alla sua vita, alla nostra vita, non si può quantificare o analizzare, quindi non si può e non si deve giudicare. D’altro canto lo Stato non può certo permettere ad alcuno di farsi giustizia personale.

Casi come questo vanno narrati con l’unica verità che sappiamo e cioè che saltano tutte le etichette: non c’è una vittima come non c’è un carnefice, un buono e un cattivo. I ruoli, come accade troppe volte nella vita, si interscambiano.

Nel profilo Facebook di Di Lello campeggia una foto tratta dal famoso film “Il gladiatore” nel momento in cui il protagonista torna dalla guerra e scopre che la sua famiglia è stata uccisa, più una foto della Smargiassi sotto la quale il marito ha scritto “Giustizia per Roberta”. Se è vero che due più due fa quattro, la stampa non ha perso tempo nel giudicare la morte di Italo D’Elisa come omicidio volontario premeditato. L’accusa potrebbe essere anche corretta, ma quello che sarebbe utile accertare prima di ogni altra è: si poteva evitare? Cosa sarebbe accaduto se invece di scandagliare la vita di Fabio Di Lello dopo il misfatto che ha compiuto ci si fosse preoccupati a tempo debito del suo stato emotivo evidentemente irreparabilmente depresso da un dolore insanabile? Probabilmente Italo D’Elisa sarebbe stato ancora vivo e perciò è giusto che ora si indaghi sul suo omicidio e si attribuiscano le colpe a chi gli ha negato una vita ancora tutta da vivere tale e quale era quella di Roberta; tuttavia lo Stato si prenda anche il dovere di agire affinché si evitino in futuro altri drammi simili e si perdano altre vite innocenti, mettendo a disposizione del cittadino servizi di sostegno psicologico quanto mai indispensabili in casi come questo. Indagare su un fatto grave come quello accaduto a Vasto, oltre a fare giustizia, dovrebbe servire come sprone per non far ripetere altri fatti simili.

Ci sono sempre segnali di uno stato emotivo al limite, distrutto dal dolore e carico di rabbia repressa, ma, invece dei soliti discorsi retorici sulla prevenzione dell’emergenza, i segnali vanno letti per tempo, le ferite tamponate e la rabbia incanalata in attività di recupero positive per l’individuo e magari per la comunità che lo circonda.

Un legame spezzato deve essere controbilanciato per tempo con altri legami. Un soggetto vittima di un grave lutto-trauma non va lasciato solo, ma sostenuto con “catene” sociali solidali e spinto a vivere per dare un senso anche al dramma più grave come, in questo caso, la morte prematura di una persona cara.

La società invece organizza corsi di laurea sulla Psicologia, pubblica manuali e saggi, più o meno accreditati, ma si astiene dal mettere in pratica quanto professa, per mancanza di fondi e altre scusanti con cui si autogiustifica. Il tribunale mediatico, però, non prende ciò neppure in considerazione e ad appena poche ore dal delitto di D’Elisa si scaglia senza sé e senza ma contro l’assassino, non prendendo neppure in considerazione la realtà emotiva e quella oggettivamente vissuta in solitudine da quest’uomo. Nessuna giustificazione per chi non ce la fa a sostenere un peso troppo grande e per questo finisce per incarnare e trasformarsi nella figura che più di ogni altra, ne siamo certi, gli ha sconvolto l’esistenza: quella di un omicida.

Ecco una tragedia nella tragedia, dove tutti sono perdenti.

   

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