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erroriGli addetti ai lavori continuano a non rispettare i protocolli previsti per le investigazioni scientifiche, come rivelano alcune immagini riguardanti un duplice omicidio commesso pochi giorni fa in provincia di Ferrara.

La ricerca e l’acquisizione delle fonti di prova, soprattutto di tipo biologico, vanno necessariamente effettuate seguendo criteri precisi e rigorosi; il loro mancato rispetto è spesso all’origine del fallimento di indagini su delitti efferati.

 

Nel caso del duplice omicidio nel Ferrarese, secondo il dott. Eugenio D’Orio, ricercatore in genetica forense dell’Università di Copenhagen e già consulente della Procura, “è gravissimo che alcuni operatori di settore non si attengano ai protocolli e/o alle linee guida che la comunità scientifica, sia italiana che internazionale, prescrive in merito. Nel caso specifico è apparsa sui giornali una foto che ritraeva uno degli operatori mentre passeggiava lungo il balcone dell’appartamento dove sono avvenuti i fatti, il tutto senza utilizzare alcun Ppe (Personal protection equipment) ad eccezione dei guanti, che oltretutto - possiamo dirlo con certezza – erano un veicolo di contaminazione attivo e pericoloso in quel contesto in quanto l’operatore era intento a una conversazione al cellulare”.

Il duplice omicidio, però, non era stato commesso sul balcone ma all’interno dell’abitazione.

“Vero è che - spiega il dott. D’Orio - la zona dove l’operatore è stato fotografato non è quella in cui è avvenuto l’atto delittuoso, ma è una zona importantissima, perché potenzialmente ricca di tracce di altissimo interesse probatorio in quanto siamo nelle pertinenze dell’uscita dell’abitazione, zona in cui sicuramente l’offender è transitato dopo aver commesso il delitto, rilasciando tracce di sé. Una manovra come quella mostrata in tale foto causa la perdita irrimediabile di queste potenziali utilissime evidenze biologiche”.

In questo caso gli inquirenti hanno avuto a loro disposizione la confessione, per cui non vi sono dubbi sull’identità dei rei.

“Ciò è vero, per fortuna, ma non giustifica quantoaccaduto. Poniamo il caso che non ci fosse stata alcuna ammissione di responsabilità da parte dei soggetti indagati; in quel caso l’iter si sarebbe complicato tremendamente, in quanto sicuramente importantissime tracce degli offender in uscita dall’abitazione sono andate perse per le manovre effettuate. Ciò è grave perché fa diminuire il potere che la scienza ha nei processi e apre il campo agli indizi. Ciò fa sviluppare un meccanismo antiscientifico perché probabilistico; infatti ricordiamoci bene che gli indizi non sono, né saranno mai, prove scientifiche su cui basarsi per eventuali condanne oltre ogni ragionevole dubbio, bensì gli stessi hanno, e devono continuare ad avere, l’unica funzione di fornire piste investigative che poi devono portare alle vere prove”.

Questi gravi errori sono comparabili, per entità e gravità, a quanto accadde nel 2007 a Perugia nel caso dell’uccisione di Meredith Kercher?

“Il contesto – dice il dott. D’Orio - è chiaramente diverso, ad iniziare dalla posizione spaziale dove questi errori sono stati compiuti. Nel caso Kercher si era nella stanza dove avvenne il delitto; qui siamo nelle pertinenze dell’abitazione, zona non cuore del delitto ma sicuramente importantissima sia per gli atti investigativi sia per i successivi atti processuali. Mi sento di dire che forse un errore del genere è addirittura più rilevante di quanto accadde nel caso Kercher, in quanto lì almeno I Ppe erano utilizzati, mentre qui l’operatore cammina libero e senza Ppe in una zona importantissima dal punto di vista investigativo, indossa solo I guanti che appaiono nell’atto di una contaminazione e da quel momento in poi divengono pericolosissimi se non si provvede al cambio immediato: l’operatore se entrasse nell’abitazione diffonderebbe la contminazione con effetto a macchia d’olio. Eppure line guida di settore ci sono. Io stesso ho partecipato nello scorso anno alla redazione, insieme al Ge.F.I. (Società dei genetisti forensi italiani), di un aggiornamento delle linee guida in merito a questo aspetto. Di mio particolare interesse fu il capitolo in merito alla prevenzione della contaminazione nella fase pre-laboratoristica (ossia quella di cui stiamo parlando)”.

Cosa si può fare per rimediare a una situazione del genere?

“Nel caso specifico – secondo il dott. D’Orio - bisogna accettare che le evidenze scientifiche eventualmente rinvenute in quell’area dove l’operatore è stato fotografato non devono essere utilizzate per alcunché a livello forense. Più in generale, e siamo a lavoro su tale aspetto, suggerirei di porre in essere uno studio come quello da poco pubblicato dai colleghi americani volto a disaminare lo status quo del modus operandi sulle scene del crimine per quanto attiene le evidenze scientifiche. Successivamente si valutino in maniera imparziale e terza i risultati, ossia il cosiddetto error rate (o quantità di errori); dunque si analizzino e si identifichino i punti critici nei quali gli errori avvengono e si tenti una correzione agendo sugli stessi. Ritengo che uno studio del genere debba esser posto in essere dal Ministero della Giustizia stesso, e spero che deleghino dell’ambiente universitario, in quanto saremo sicuramente imparziali (non temiamo infatti di evidenziare gli errori scientifici dove sono) nonché per ciò che le università rappresentano, ossia il punto massimo della cultura”.

“La finalità di questo studio – conclude il dott. D’Orio - è direttamente correlata non ad evidenziare quali e quanti errori vengono commessi che inficiano le evidenze scientifiche, bensì di migliorare il sistema scientifico forense, con conseguente miglioramento del funzionamento del sistema giustizia in toto. Così facendo, con gli strumenti oggi in uso, si massimizza ciò che la scienza offre ai processi e soprattutto ci si distacca da ciò che sono i meri indizi; si pongono sempre più solide basi per l’avvento di un sistema giustizia basato su una scienza rigorosa e su prove fortissime”.

   

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